Il film da non perdere stasera in tv: PASSAGES di Ira Sachs – lun. 10 giugno 2024

Passages di Ira Sachs, con Franz Rogowski, Adèle Exarchopoulos, Ben Whishaw, Olivier Rebourdin (2023). Su Cielo, ore 21:20, lunedì 10 giugno 2024.
Film presentato alla Berlinale 2023 e poi uscito in Italia in qualche sala il 17 agosto, sempre del 2023 (risale ad allora questa recensione). Quella di stasera è la prima tv.

Il regista Tomas, da quindici anni in coppia stabile con il compagno Martin, si innamora di una donna, Agathe. Inedite geometrie amorose? Una nuova famiglia aperta e queer? No. Voto 7

Non è un cinema attraente, quello di Ira Sachs. Dimesso più che minimalista. Così lineare fino a farci credere di essere anonimo, convenzionale, impersonale. Diligente nella conduzione narrativa, assai prudente nella forma, parco nell’immaginazione, nell’esplorare e costruire immagini. Minuzioso nel ricostruire il quotidiano e il lento se non falso movimento dei suoi mai fiammeggianti personaggi, rasentando la banalità e la qualunquità. Invano si aspettano climax, accensioni, passaggi folgoranti. Piuttosto un cinema disadorno e fin troppo sommeesso e pudico, che richiese allo spettatore un certo sforzo di concentrazione, con il pericololo della noia sempre in agguato. Eppure questo cinema che ha una tale fiducia nella semplicità (apparente) della vita da rinunciare a ogni artificio, a ogni lenocinio contenutistico o stilistico per ingraziarsi chi guarda, ha la qualità rara di avvolgerci nella sua rete narrativa, di portarci, in un avanzamento spiraliforme, a un finale che non ci si aspetta e di rara potenza. Un cinema che ti disarma per poi colpirti alla fine con una scudisciata. Succedeva nel film a oggi più famoso di Sachs, Love is Strange – I toni dell’amore (che non mi piacque, ma che vorrei rivedere alla luce di questo nuovo film), succede qui, in questa sua escursione in Europa (siamo a Parigi) e nel cinema europeo dopo la tappa portoghese, ma produttivamene francese, di Frankie.
Bisogna avere pazienza, bisogna seguie con attenzione i tre protagonisti, interessarsi a loro anche quando non fanno niente per meritarselo, perché tutto, anche le stasi, gli ingorghi, i rallentamenti sono parte di un disegno e di una strategia di cui solo nelle ultimissime scene capiremo il senso. E comunque cinema desueto per come rinuncia al Grand Récit concentrandosi, come Eric Rohmer o Hang Sangsoo, sui tracciati corpuscolari dei suoi personaggi. Con una peculiarità, l’attenzione alle geometrie amorose, alle trame complesse ora costruite ora sabotate dai desideri delle figure in gioco, alle regole dell’attrazione e della repulsione. Stavolta l’oggetto di indagine di Ira Sachs è una storia d’amore e di sesso a tre lati, un campo di battaglia dove i corpi e i generi si confrontano e si scontrano secondo la legge del dominio, dell’assoggettamento a sé dell’altro (degli altri), nonostante tutta la civiltà e la politesse apparenti. Sembra di rivedere in certi momenti, soprattutto nel più centrale dei tre personaggi, il regista Tomas, qualcosa dei giochi crudeli del libertinaggio settecentesco e delle sue relazioni pericolose.
Siamo, oggi, nella Parigi della bohème artistica, dei caffé dove ancoa si parla di letteratura, dei party che tutti mescolano in un caos generatore di nuove relazioni o destabilizatore di legami consolidati. Filmmaker di origine tedesca, Tomas (interpretato dal divo assoluto dell’attuale cinema d’autore europeo Franz Rogowski), è quietamente e stabilmente – almeno così pare – sposato all’inglese Martin da quindici anni (Ben Whishaw). Coppia affiatata, rodata, solida, senza evidenti incrinature. Ma una sera a una festa Tomas, nella coppia quello guidato da una voracità sessuale che mal si concilia con la quiete del matrimonio, conosce la maestra di scuola materna Agathe (Adèle Exarchopoulos, l’Adèle del film di Kéchiche) e i due finiscono a letto. Sembra la faccenda di una notte, non sarà così, continueranno a vedersi, finché Martin venutolo a sapere interromperà il lungo sodalizio con Tomas e si metterà con un nuovo partner (naturalmente fichissimo: è il cinema bellezza). Eppure (da qui spoiler) lui e Tomas non si perderanno mai del tutto di vista pur facendosi del male, continueranno in qualche modo a cercarsi, mentre Agathe resterà incinta di Tomas. Prr ora mi fermo qui. Ma ho raccontato abbastanza per dire che ci troviamo di fronte a una programmatica messa in discussione e a una decisa decostruzione, al di là dei modi filmici così bon ton, di certe convenzioni (non oso dire canone) ormai invalse da parecchio tempo nel cinema “a tematica” gay o Lgbtqi+ o queer (a voi la definizione preferita). Senza darlo troppo a vedere Passages cerca di complessificare e dialettizzare l’immagine piatta, bidimensionale, semplificata, beatificante, smussata, senza ombre, data del gay in tante recenti narrazioni. Qui non c’è il minimo rivendicazionismo, il tono militante e assertivo è del tutto assente, non c’è nessun approccio identitario, si preferisce invece laicamente il dubbio. In Passages l’ordine, la normalità borghese, la compressione del desiderio e della sua carica anarchica all’interno del vincolo matrimoniale appartengono tutte alla coppia gay Tomas-Martin, mentre il disordine, la sovversione è nella fluidità di Tomas che abbandona (temporaneamente?) l’omosessualità per amare Agathe. Il cinema, questo cinema almeno, di Ira Sachs dà per acquisiti e ovvii i diritti gay al punto da andare oltre e permettersi di indagare i lati in ombra di ogni normalità trionfante, etero o omo che sia. Sachs non teme nemmeno di osservare criticamente uno dei feticci di certa cultura woke, la famiglia queer, quel tipo di convivenza in cui i legami, le unioni gli affetti non sono più costruiti sui valori patriarcali, sull’opposizione binaria tra maschile e femminile, e nemmeno sui legami di sangue o su un matrimonio ufficializzato, ma sulla libera scelta di ciascuno, fino a formare e inventare nuovi (nuovi? e allora le comuni anni Sessanta) insiemi. Tomas nella sua voracità desiderante – e qui di nuovo spoiler – non lascia Agathe ma vorrebbe stare anche con Martin (in un strana riedizione delle vecchie ipocrisie borghesi di quegli uomini che tenevano una doppia famiglia: con moglie e amante), non solo, vuole che il figlio che avrà da lei diventi anche il figlio suo e di Martin, il figlio che loro due avevano sempre voluto. Ma questo progetto di famiglia queer, di superamento di ogni tradizionale contraddizione-contrapposizione in un triangolo, fallirà clamorosamente, e a farlo fallire sarà Agathe. Tomas, il manipolatore che tutto e tutti voleva intorno a sé in una riedizione della centralità del patriarca però ipocritamente mascherata di “nuova fluidità”, si ritroverà sconfitto. Attraverso di lui Ira Sachs opera un ulteriore step critico, quello di sovvertire la dominante agiografia queer che ammette solo figure angelicate, smussate, dolcificate di omosessuale: Tomas è egocentrico, scorretto, minato da una neanche tanto oscura volontà di dominio, di potenza e di controllo sulle vite degli altri. Un omosessuale grazie al cielo finalmente imperfetto, che non ha più bisogno di legittimarsi attraverso una qualsiasi moralità e irreprensibilità e che è, semplicemente, umano. Che la famiglia queer “allargata” possa nascondere in sé prevaricazioni e diseguaglianze – altro che liberazione garantita – lo si è appena visto, ed è una coincidenza non priva di significato, anche in Patagonia di Simone Bozzelli in concorso un paio di settimane fa a Locarno. Tornando a Passages: scene d’amore piuttosto forti, più convincenti tra Rogoswski e Whishaw di quelle etero Rogowski-Exarchopoulos.
Nota. Gli outfit di Tomas/Rogowski sono una meraviglia, onore a chi li ha creati. Magliette, camicie, bluse, canotte top, maglie, pantaloni con coulisse che sciabordano su pelle e corpo in colori acidi e lisergici e tessuti leggeri e fruscianti (maglie a parte).

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