Il cinema in sala: L’IMPERO, un film di Bruno Dumont: recensione. Guerre spaziali tra sub-eroi

L’Empire (L’impero) di Bruno Dumont.  Lyna Khoudri, Anamaria Vartolomei, Camille Cottin, Fabrice Luchini, Brandon Vlieghe. Premio della giuria alla Berlinale 2024.
Al cinema da giovedì 13 giugno 2024.

Solo a Bruno Dumont poteva venire in mente la folle idea di far interpretare una storia alla Star Wars agli zotici e ai villici di quella Francia nordica che è da sempre la sua “zona di interesse”. Purtroppo stavolta si perde, in una grandeur quasi da blockbuster, quella misura localistica e selvatica dei suoi precedenti lavori. Voto 6 e mezzo
Recensione (con qualche aggiornamento) scritta lo scorso febbraio alla Belinale 2024.
Chi e cosa avrà voluto citare Bruno Dumont con questo titolo, l’omonimo libro antiglobalista e antagonista di Toni Negri o L’impero colpisce ancora, secondo episodio della saga Star Wars? Forse entrambi. Di sicuro il secondo. In questa assoluta stravaganza – che va oltre i confino del brunodumontismo più radicale e oltraggioso visto finora  – l’evidente riferimento è proprio a Guerre stellari. Di cui L’Empire si presenta come una parodia, o se volete un omaggio clownesco, con i villici, i pescatori, i maniscalchi, i lumpenproletari e proletari del Pas de Calais- la zona feticcio di Dumont dove sono ambientati quasi tutti i suoi lavori – a interpretare supereroi e suberoi che qui sulla Terra agiscono per conto di due potenze galattiche tra loro nemiche e decise entrambe a conquistare noi umani. Se qualcuno ha visto la serie Petir Quinquin o i film Ma Loute e Jeannette capirà cosa si intende per caratteri-tipo di Dumont, gente con corpi e facce lombrosiane, un’umanità (stra)ordinaria sconfinante nei freaks alla Todd Browning, bocche sdentate, con qua e là, a contrasto, bellezze assolute perlopiù femminili. L’idea di mettere in scena una specie di Star Wars facendolo interpretare da quella sgangherata comunità di zoticoni è, bisogna ammetterlo, geniale. L’effetto è a volte divertente, più spesso stridente, sempre straniante e spiazzante. Cavalieri di una tavola rotonda spaziale che cavalcano cavalli bianchi massicci da tiro e da fatica, emissari di potenze galattiche dementi e al grado zero delle capacità neuronali. Mentre sopra di loro volteggiano le due astronavi con a bordo i sovrani nemici che si contendono la Terra. Una follia a tratti indigesta (del resto Dumont il dono della leggerezza non l’ha mai avuto) dove ritornano alcuni temi e ossessioni del regista, il gusto per il medievalismo, l’antimodermismo, il sacro come apparente follia e sabotaggio della norma. Solo che stavolta si perde il senso del gioco, quella dimensione minuscola, locale, volutamente ruspante-selvatica di cose come Petit Quinquin. Massiccio il ricorso alla CGI per produrre effetti e effettacci speciali da blockbuster americano. Visivamente il risultato è stupefacente: navi spaziali che riprendono gli spazi e gli stilemi della cattedrali gotiche o delle regge settecentesche come quella di Caserta, di una bellezza abbagliante. Ma questa sovradimensionamento di scala rispetto ai lavori precedenti di Dumont rende L’Empire inutilmente gonfio e tronfio, pesante, poco agile, in preda a una sorta di entropia paralizzante. Star come Fabrice Luchini e Camille Cottin si prestano al gioco con coraggio, soprattutto Luchini. Riappare, irriconoscibile e di una carnalità assoluta, la Anamaria Vartolomei protagonista di quell’Evénement che vinse inaspettatamente nel 2021 a Venezia il Leone d’oro (questo 2024 è il suo anno: la si è appena vista in altri due film, Maria e Il conte di Montecristo). Ritorna, autocitazionisticamente, il duo di detective scemo e più scemo di Petit Quinquin.
Updating: Presentato in concorso alla Berlinale 2024, L’Impero ha ottenuto il Premio della giuria.

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