Il cinema in sala: RACCONTO DI DUE STAGIONI di Nuri Bilge Ceylan: recensione. Finalmente arriva il film più bello di Cannes 2023

Racconto di due stagioni (titolo originale: Kuru Otlar Ustine; titolo con cui è stato presentato in concorso a Cannes 2023: Les Herbes Sèches), un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Deniz Celiloglu, Merve Dizdar, Musab Ekici, Sevim. Premio a Cannes 2023 a Merve Dizdar come migliore attrice. Voto 8 e mezzo
Recensione scritta dopo la proieziona al festival di Cannes 2023 e prima della cerimonia finale dell’assegnazione-premi.
Dato per favorito alla Palma la scorsa settimana, questo nuovo e al solito superiore film del turco Nuri Bilge Ceylan (già vincitore di Palma d’oro nove anni fa con Il regno d’inverno) è via via scivolato sempre più giù nei pronostici, lasciando il posto a Glazer, Triet, Rohrwacher. Certo cinematograficamente più inediti, meno classici, meno canonizzati, meglio sintonizzati forse sul gusto della contemporaneità. Ma Le erbe secche, al di là della sua inclusione o meno nel palmarès di Cannes 2023, resterà. Credo stia poi scontando nei pronostici (e anche nel gradimento della giuria) il fatto che vada a toccare un tasto ultrasensibile come l’interesse (che in questo caso non ha niente di evidentemente erotico, ma che pur sempre interesse resta) di un quarantenne per una ragazzina che avrà sì e no tredici anni. Qualcosa che nei festival non si vedeva ab illo tempore.
Si comincia alla Bilge Ceylan, nella sua (nel senso: di molti dei suoi film) Anatolia innevata – la neve è uno dei feticci visuali del gran turco -, spazi immensi e bianchi con qua e là qualche segno umano, una albero brullo, strade fangose. E subito si viene conquistati e la fascinazione resta fino alla fine delle tre ore e diciassette: che scorrono incredibilmente senza troppa fatica (mentre altri film oltremisura sono risultati, solo per stare a questo festival, ben più indigesti). Anche perché Bilge Ceylan, almeno dal suo film Palma d’oro 2014, ha imparato ad arricchire la sua forma-cinema – che si era assestata soprattutto nel suo smagliante dato visuale – con la parola. Dialoghi complessi, sottili, allusivi, lunghi ma mai spossanti, straordinariamente ben scritti che sembrano uscire, più che dalla tradizione cinema, da quella teatrale. Con un nome su tutti, Cechov, di cui si riprende anche qui la focalizzazione su personaggi minimi dalla vita ordinaria, eppure di complessità e sensibilità insospettate. Con dentro sempre un senso di desolazione, disillusione. Vite che sono, dice il protagonista alla fine, come “le erbe rimaste per troppi mesi sotto la neve e che quando arriva il sole e la neve si scioglie sono già secche, morte” (cito a memoria). Caratteri che entrano in relazione per poi disgiungersi e ritrovarsi e riperdersi in una eterna precarietà, immersi-sommersi in un paesaggio troppo maestoso per non essere anche la loro prigione. Resta la fuga o almeno il sogno di andarsene. A Istanbul! A Istanbul! come l’A Mosca! delle tre sorelle.
C’è il coraggio, in Le erbe secche, di mettere al centro una figura maschile non gradevole, un bell’uomo di nome Samet sui trenta-quaranta dalle molte qualità di cui è narcisisticamente consapevole, ma insieme disilluso per quella piccola vita che gli è toccata e sente di non meritare. Sprezzante, passivo-aggressivo e certe volte aggressivo senza infingimenti, manipolatore se necessario. Insegna in una scuola media di un villaggio dell’Anatola orientale, la parte più inquieta e remota della Turchia, dalle conversazione captiamo che si tratta di quella regione curda perennemente in preda a cnvulsioni, attentati, agguati, ritorsioni, tensioni interetniche. L’unica consolazione per Samet, oltre al rifugio nella lettura, è un’allieva più sensibile degli altri, Sevim, la sola che secondo lui un giorno potrebbe uscire dal quel pantano. Avrà tredici anni  e con lei il professore si concede qualcosa che non dovrebbe mai esserci tra un maestro e un’allieva (o un allievo), un eccesso di vicinanza, di confidenza. Niente di manifestamente erotico. Piccoli regali invece: un libro, un piccolo specchio. Un rapporto senza colpe, ma non privo di ambiguità, che influirà sul futuro di Samet e non solo. Samet che coabita con un amico-collega, Kenan, più risolto e meno frustrato di lui, meglio adattato alla vita di villaggio. Entrambi sono attratti da Nuray, collega bellissima e assai inteligente, già assai impegnata politicamente e ancora convinta di poter cambiare il mondo mentre lui, Samet, ha abbandonato ogni speranza. Nuray della violenza che intride l’Anatolia orientale è una vittima: ha perso una gamba in un attentato se ho ben capito di matrice curda, lei che oltretutto si è sempre battuta contro il centralismo di Ankara appartenendo lei stessa a un’altra minoranza etnica svantaggiata, quella degli Alauiti (musulmani sciti in una Turchia prevalentemente sunnita; Alauita, peraltro, è anche il clan degli Assad al potere in Siria da decenni).
Ci sarà una denuncia anonima dell’amicizia, ritenuta sospetta, tra il professore e l’allieva, che scatenerà in Samet la rabbia, la paranoia, l’ossessione di sapere chi l’ha tradito Tutto cambierà per lui (anche se l’immagine pubblica è salva) e quella storia intaccherà i rapporti con l’amico e con la collega. Troppo poco per un film di oltre ore? No, questo è uno di quei film in cui anche i silenzi e i vuoti nascondono e insieme rivelano un pulviscolo di significati. Il flm più meritevole di Palma d’oro insieme a Kaurismaki, ma è cinema troppo assestato e conosciuto, anche già molto premiato per convincere una giuria che mi sembra più orientata verso il nuovo.

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