Il (secondo) film imperdibile stasera in tv è AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE di Liliana Cavani – merc. 26 giugno 2024

Al di là del bene e del male di Liliana Cavani (1977). Con Dominique Sanda, Erland Josephson, Robert Powell. Rai Movie, ore 23:18, mercoledì 26 giugno 2024. È il secondo film della Serata Cavani di Rai Movie, preceduto alle 21:13 da Il portiere di notte.
Detesto gli anni Settanta del Novecento, i peggiori anni della nostra vita, e di gran lunga. Ma amo molto del cinema di quella decade. Non il troppo celebrato e oggi datatissimo New American Cinema (di cui salverei soprattutto Altman), ma quello – italiano e non solo – che sprezzante di ogni pericolo e ridicolo andava a indagare, in intersezioni spesso indigeste, il fondo pulsionale e lurido e inconfessabile della Storia e delle storie degli individui: in una sorta di autoanalisi collettiva non priva di morbosità, benché spesso l’approccio sporco, ambiguo, autenticamente perverso fosse mascherato-ammantato di ideologismi e virtuose dichiarazioni di denuncia civile. Nessuno ha mai osato come gli autori e le non molte autrici di quegli anni maudit. E nessuno più di Liliana Cavani si è inoltrato nella landa rischiosa che si estende tra l’Io e l’Es, tra la ragione (e la ragionevolezza) e l’anarchia ingovernabile e anche feroce degli istinti. Se Il portiere di notte resta il suo film-manifesto e il suo decisivo contributo alla storia del cinema e all’autocoscienza di un’Europa passata attraverso la barbarie dei vari totalitarismi, Al di là del bene e del male prende a prestito un titolo nicciano per gettare una sonda nell’abisso delle forze oscure all’origine dei disastri novecenteschi. E lo fa circoscrivendo il racconto alla storia solo in apparenza privatissima di un triangolo erotico-amicale, in realtà nella consapevolezza da parte della regista e dei suoi cosceneggatori Kim Arcalli e Italo Moscati che il privato, come si diceva allora, fosse esso stesso pubblico e inevitabilmente politico (e viceversa), ovvero un dato antropologico e un sintomo culturale, secondo illustri lezioni come quelle di Wilhelm Reich e prima ancora di Sigmund Freud. Oltre che di Fredrich Nietzsche, presenza fantasmatica e incombente benché raramente ammessa ed esplicitata della temperie intellettuale di quegli anni: Nietzsche, che in questo film si materializza ed entra come personaggio nella trama: a far da vertice del triangolo amoroso che lo unisce all’amico Paul Rée e all’avventuriera (nel senso migliore di esploratrice) culturale e esistenziale di origine russo-ebraica Lou Andreas Salomé, la donna da cui entrambi i maschi del triangolo sono affascinati e irretiti. Ci si muove in corso di narrazione da Roma, dove il triangolo ovviamente tormentatissimo prende corpo, fino a Berlino e Venezia, il luogo in cui tutte le passionie e le pulsioni che agitano i tre protagonisti si scatenano nella loro potenza anche distruttiva. Sarà Friedrich a perdere, sarà il suprematismo femminile incarnato da Lou a prevalere, o almeno a non soccombere, nella lotta interna. Ogni geometria amorosa tradizionale è destinata a sbriciolarsi e Al di là del bene e del male ne è, come pochi altri film, il referto in forma di cinema. Con però il sospetto (in chi guarda) che tanta furiosa sperimentazione esistenzial-sessuale finisca col lasciare dietro di sé altrettanti detriti e rovine di quelli prodotti dal vecchio, ipocrita, repressivo ordine borghese (e patriarcale). Dominique Sanda al massimo del suo fulgore è Lou Andreas Salomé, Robert Powell, il Cristo televisivo di Zeffirelli, è Paul, il bergmaniano in trasferta italica Erland Josephson è Nietzsche. Eppure a rubare il film è una strepitosa, tagliente Virna Lisi quale Elisabeth Nietzsche, sorella di Friedrich e di lui incestuosamente infatuata, incarnazione della Germania più retriva e antisemita. Impensabile nel cinema di oggi un film come questo, ragione in più per non perderselo.

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