Cannes 2024. THE SHROUDS, un film di David Cronenberg. Recensione

The Schrouds (I sudari) di David Cronenberg. Con Vincent Cassel, Diane Kruger, Guy Pearce, Sandrine Holt. Concorso. Voto 7
Recensione che, scusate, arriva un mese e più dalla conclusione del festival. E che però, grazie a questo ritardo, mi ha dato la possibilità di leggere pareri assai positivi di chi a Cannes non c’era e ha visto The Shrouds (I sudari) qualche giorno fa a Roma alla rassegna che potremmo chiamare Dalla Croisette al Tevere (madonnasanta, quante acrobazie verbali e fumisterie retoriche per non incorrere nella ripetizione della parola Cannes, giacché la manifestazione si intitola Cannes Mon Amour; ne approfitto per dire che invece qui a Milano per la prima volta dopo anni e anni NON si è fatto niente del genere). Dicevo: pareri positivi su The Shrouds da chi l’ha recuperato adesso, in netto, nettissimo contrasto con quanto avvenuto al Gran Festivàl dove l’accoglienza della stampa ha svariato tra l’indifferente (nel migliore dei casi) e il gelido. Forse per via del press screening in tarda serata alla Salla Debussy, con i critici-recensori ormai insonnoliti e debilitati, oltre che dal numero esorbitante di film ingurgitati, dalle alzatacce alle 6 e mezzo del mattino per prenotare con il famigerato sistema online. E però, fosse solo questione di stanchezza, come spiegarsi la reattività e addirittura l’entusiasmo suscitati in orari altrettanto improbi da film come The Substance di Coralie Fargeat? È che purtroppo il cinema dei maestri, e David Cronenberg lo è, appare al medio critico d’oggi soprattutto giovane – o che si finge tale – datato, troppo severo, troppo controllato, privo com’è di quell’esplicito, di quelle sguaiataggini e ruffianaggini che ormai si esigono anche ai festival dal cinema d’autore (l’ho scritto e lo ripeto: la Palma d’oro a Anora di Sean Baker e il successo di The Substance sono il segno temo definitivo di questa voglia diffusa di leggerezza, di semplificazione, pure di scempiaggini). Credo sia in atto un cambio di paradigma critico, nello stesso sguardo critico, e che The Shrouds ne abbia pagato il prezzo. Peccato. Perché, insieme al meno riuscito Oh, Canada di Paul Schrader, è un’opera assai intima e coraggiosa che va a trattare in modo frontale, senza sottrarsi o tentare vie di fuga, temi ostici come la malattia e la morte. Del resto Cronenberg lo ha esplicitamente ammesso: The Shrouds rappresenta anche la sua personale elaborazione del lutto in seguito alla perdita della moglie non molto tempo fa.  Con un protagonista di nome Karsh, canadese come Cronenberg, interpretato da un Vincent Cassel essenzializzato e prosciugato fino ad assomigliare allo stesso regista e configurarsi come un suo alter ego, che ha messo a punto (e sul mercato) una tecnologia per poter vedere i propri cari dopo la loro morte. Grazie a sudari digitali che avvolgono i defunti, ai vivi è permesso seguire di seguire il progressivo disfacimento e mutamento del corpo tumulato attraverso i propri device, telefono, tablet, laptop: idea assai cronenberghiana, con in più la nota surreal-dadaista di un ristorante aperto da Karsh in quel cimitero speciale con vista sulle lapidi. Anche lui, esattamente come il regista, ha perso la moglie e adesso trova consolazione nello scrutarne ossessivamente lo scheletro (in un voyeurismo funerario che fa pensare agli ossari di tante chiese mediterranee con le loro montagne di tibie e teschi offerti allo sguardo devoto e insieme vorace dei fedeli). Finché non avvengono due fatti che vanno a cambiare il fino ad allora ordinato fluire delle cose: Karsh nota sulle ossa della moglie delle escrescenze sospette, mentre un’incursione vandalica manomette parecchie delle tombe che, grazie al sistema GraveTech commercializzato da Karsh, permettono ai vivi di collegarsi ai loro morti. Chi è stato? Fortemente indiziato è un gruppo ecoterrorista islandese, poi però i sospetti si indirizzano su un possibile complotto di grandi e medie potenze, avviando The Shrouds verso la spy story e scenari che ricordano l’hitchockiano Intrigo internazionale (ma le citazione di Hitchcock sono plurime, da La finestra sul cortile a Vertigo a Il dubbio, trasformando il film quasi in un omaggio cronenberghiano al gran maestro del thriller, e chi mai l’avrebbe detto?). I colpi di scena si succedono vorticosamente, anche troppo, a rischio di rendere poco comprensibili certi passaggi (si sente, da quest’ansia di comprimere troppi fatti nel minutaggio di un film da sala, come The Shrouds fosse stato inizialmente concepito come una serie, poi non realizzata). Senza spoilerare, diciamo che sempre di più assume rilievo il contesto personale e familiare di Karsch, a partire dal rapporto con la sorella gemella della moglie defunta (entrambe benissimo interpretate da Diane Kruger, che ha preso il posto di Léa Seydoux, cui erano inizialmente destinati i due ruoli). Sicché ecco irrompere il tema, sempre drammaturgicamente fecondo, del doppio, con oscillazioni continue e visioni assai à la Cronenberg tra il corpo levigato e perfetto della vivente e quello alterato e mutilato – e tecnologizzato dalla malattia e dagli inteventi chirurgici – della gemella nella sua fase terminale. Forse le torsioni narrative sono troppe tant’è che si arriva al finale con più dubbi in testa che certezze, e però come non restare ammirati per come il regista canadese riesce a costruire un congegno dove stanno in equilibrio il cinema di genere (spy story, psycho thriller, melodramma) e le sue riconoscibili, identitarie ossessioni e visioni di corpi mutanti, post-umani, ibridati al tecnologico, corpi al confine tra organico e non-organico, tra carne e metallo.

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