Qui rido io di Mario Martone (2021). Rai Movie, ore 21:10, sabato 20 luglio 2024.
Recensione scritta dopo la proiezione all Mostra di Venezia 2021.
Qui rido io di Mario Martone. Con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Roberto De Francesco, Iaia Forte, Nello Mascia, Gigio Morra. Voto 7 e mezzo
Il miglior Martone dai tempi di Noi credevamo. Successo trasversale: di stampa, di pubblico, presso giovani, non più giovani, decisamente vecchi. Anche se ognuno l’avrà poi guardato-apprezzato a modo suo, secondo la lente della propria appartenenza professionale o generazionale. E però che meraviglia la rapresentazione a mezzo cinema di quella Napoli effervescente e piena di talenti, di scazzi e guerre culturali tra fine Ottocento-inizi Novecento. Non solo quella lumpenproletaria dei vicoli e degli stereotipi stracciaroli, anche la Napoli (piccolo)borghese in piena fioritura dopo le ferite e le ustioni per la fine del Regno delle due Sicilie o forse rinascente proprio grazie a quel decisivo tornante della Storia (qui i molti neoborbonici d’oggidì non saranno d’accordo). Musiche meravigliose, la canzone napoletana si codifica, comincia a conquistare il mondo, diventa quella che è tuttora (anche se oggi degradatasi nel neomelodico). Le file a teatro, per ogni tipo di teatro, sono interminabili (come quelle nella Parigi della Restaurazione che si vedono in un altro film del concorso, Le illusioni perdute di Xavier Giannoli, da Balzac).
L’autore-attore-capocomico Eduardo Scarpetta è il re del far ridere – tra farsa e commedia – alla napoletana, il suo Felice Sciosciammocca ha preso il posto quale maschera dell’antropologia partenopea del Pulcinella dei Petito, è ricco, amato dal pubblico, scrive e recita in lingua locale come scelta identitaria, come resistenza all’italiano lingua dei conquistatori, per fedeltà alla propria cultura, alle proprie origini, al proprio pubblico. Ma altri modi di mettersi e mettere in scena si stanno affermando. D’Annunzio con La figlia di Iorio a Roma si è imposto quale simbolo della cultura (autoproclamatasi) alta dell’Italia postunitaria, mentre nella sua stessa città Eduardo Scarpetta è osteggiato e messo in discussione da una nuova leva di scrittori e poeti come Salvatore Di Giacomoi e Libero Bovio, fautori di un teatro popolare non comico, non schiavo dei cliché basso-partenopei (e se Scarpetta ha trionfato, trionfa e trionferà con ‘Na Santarella, Miseria e nobiltà, Aninali pazzi, Di Giacomo risponderà con Assunta Spina, destinato a diventare un classico del muto con Francesca Bertini). Ecco, è questo lo sfondo mosso e formicolante come un Brueghel mediterraneo su cui Martone ritaglia Qui rido io. Che di Scarpetta illustra vita pubblica di teatrante e fatti privati. Si resta esterrefatti di fronte a quella famiglia che è un acumulo di figli variamente legittimi e illeggittimi avuti con donne diverse, che dirla allargata suona ridicolo. Un clan tribale piuttosto, sul quale governa quale indiscusso capo e padre-padrone lui, Scarpetta. Installato come un sovrano o un despota in un palazzo dove ai vari piani vengono collocati gli spezzoni della complicatissima famiglia (poi lui si trasferirà a Palazzo Scarpetta, in una villa che considererà la sua reggia e ne consacrerà agli occhi del mondo lo status di uomo ricco, famoso, rispettato, sui muri della qual farà scrivere “qui rido io”). Vediamo di fare un po’ luce su quel falansterio in gran parte di femmine in cui tutti, solidali e rivali, mogli e concubine, convivono. Scarpetta è sposato con Rosa, ha dato il proprio cognome al figlio avuto da lei prima del matrimonio nientedimeno che con il re d’Italia (se sbaglio correggetemi, please), figlio da lui preso in casa e allevato come proprio ricevendo in cambio i fondi necessari a mettere su il suo primo teatro. Ci sono, riconosciuti, altri due figli, uno avuto da Rosa e l’altra, Maria, nata da un relazione con una maestra di musica. Avrà altri due rampolli, senza mai separarsi ovvio da Rosa, con una fantesca, soprattutto ne avrà altri tre dalla nipote giovane della moglie. Sono Titina, Eduardo, Peppino, che di cognome fanno De Filippo come mamma perché lui, il patriarca, non li ha mai riconosciuti anche se se li tiene sotto lo stesso tetto facendosi chiamare zio. Inutile dire cosa diventeranno per il teatro italiano quei tre ragazzi. Ecco la mappa del clan, e spero di non avere commesso errori.
Tutti in quel palazzo sanno, anche se tutti fingono di non sapere: la moglie ha accettato e continua ad accettare i tradimenti, i figli con le altre, come fosse la regina madre di un harem, esercitando su tutti un potere di cui il sultano Eduardo l’ha investita. Mario Martone mette in scena con la perizia che gli si conosce, confermandosi forse l’ultimo erede della tradizione novecentesca dei grandi allestitori di teatro e cinema, Luchino Visconti in testa e poi i suoi accoliti ed epigoni, da Mauro Bolognini a Franco Zeffirelli a Giuseppe Patroni Griffi. Spesso sbeffeggiati come meri illustratori, invece rappresentanti eccelsi del gusto per la bellezza della tradizione italiana. Martone, anche se la sua storia personale e professionale indica altri percorsi e altre radici, viene idealmente (anche) da lì, è parte di quella genealogia. Tant’è che dal punto di vista figurativo Qui rido io è uno splendore. Però Martone non è un calligrafo, un illustratore, sa raccontare come pochi oggi in Italia (la sceneggiatura è perfetta), sa tenere sotto controllo un materiale così magmatico e una massa di personaggi maggiori e minori in cui molti si sarebbero persi, sa muovere senza sbagliare le sue pedine e figure sulla scacchiera dello spazio schermico. Se il film è Eduardo Scarpetta, interpretato da un Toni Servllo con un istrionismo finalmente giustificato e funzionale al personaggio, a fare la differenza rispetto a una qualsiasi bio è la Napoli che a Scarpetta sta intorno e addosso. La polemica con D’Annunzio, che manda in tribunale Scarpetta chiedendo un risarcimento per la sua parodia di La figlia di Iorio, apre squarci su quel mondo, su quella stagione, sulla divisione netta tra cultura popolare e cultura alto-accademica, su quella temperie culturale (a un certo punto viene arrruolato per sostenere in giudizio Scarpetta perfino Benedetto Croce). Certo viene da chiedersi, come sempre in Martone, se il suo sia cinema o solo il prolungamento del teatro con altri mezzi. L’uso della mdp sembra basico, primario, mdp come oggetto deputato a riprendere passivamente ciò che, allestito dal metteur en scène, sta davanti al suo occhio più che a creare o ricreare un altro universo, un’altra realtà attraverso il proprio sguardo. Ma sono questioni oggi non così fondamentali, oggi che il cinema non si sa più cosa sia, moltiplicatosi com’è in una pluralità di formati, modi, linguaggi. Credo che tra i cinque film italiani del concorso Qui rido io sia quello con le maggiori chance di entrare in palmarès. Domani sera vedremo.
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