Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson (2021), Rai 5, ore 21:14. Martedì 30 luglio 2024.

Una storia d’amore secondo Paul Thomas Anderson, uno dei massimi fabbricanti viventi di cinema, non è una semplice storia d’amore. Un racconto di formazione secondo Paul Thomas Anderson non è un semplice racconto di formazione. Licorice Pizza esonda da quegli schemi chiusi, li frantuma, li travalica anche quando sembrerebbe obbedire diligentemente alle regole. Benché questo ultimo (al momento) film di PTA, anno 2021, non sia tra i suoi maggiori, e si dichiari apertamente minore rispetto agli affreschi epocali alla The Master, benché sia un esercizio per immagini intorno a due soli personaggi, è però in grado di allargarsi a cerchi concentrici fino a annettere altri territori: narrativi, linguistici, cinematografici, metacinematografici. Così, nel continuamente attrarsi e respingersi, ritrovarsi e lasciarsi e ritrovarsi ancora e lasciarsi ancora, nella intermittente, sincopata e erratica storia non-storia tra il (troppo) ragazzo Gary e la più scafata e vissuta Alana, dieci anni più di lui, entrano altri echi e materiali: l’America anzi la California dei primi anni Settanta con l’allegrezza e l’autodistruttività dei ribellismi e frikkettonismi e sperimentalismi esistenziali. Entra Hollywood, la macchina-cinema al crinale tra fine dell’era classica e l’affermazione della New Hollywood (ma con già i prodromi della restaurazione successiva). E al fondo, inestirpabile anche quando Licorice Pizza sembra irridere l’American Dream, ecco il mito eterno americano del self made man, dell’uomo che si costruisce da solo il proprio destino, con il ragazzo Gary che, man mano crescendo – e facendo i conti con l’impossibilità di una storia normale con l’inafferrabile Alana – pensa di farsi imprenditore di sciocchezze anni Settanta come i letti ad acqua e altre mode di rapido consumo. Chi ama gli anni Settanta – non appartengo alla categoria – ha certo potuto godere vedendo Licorice Pizza di tutto l’equivoco bric-à-brac della nostalgia, la San Fernando Valley al neon, i pantalonacci bell bottom, i fumi e le altre cose alteranti. Ma in fondo questo film, spogliato di tutti i suoi appariscenti orpelli, resta un pas à deux alquanto anomalo, sghembo, più disperato e non risolto che felice: il referto di un romance ai limiti dell’impossibile, un arrendersi all’inesorabilità dello smacco e dello scacco in amore. Con un happy end che probabilmente altro non è che l’ennesimo miraggio e falso movimento di una storia mai nata tra i due protagonisti. Gary, ex attore bambino di successo poi, da adolescente, invischiato come tutti nella lotta per la sopravvenza, si innamora di Alana, assistente di un fotografo, al primo sguardo. Ma lei? Lei non capiamo mai che stima abbia davvero di lui, se lo ritenga o no un maschio degno della sua altitudine di donne complicata e ragguardevole nella propria ostinata volontà di stare fuori dalla media. Alana, interpretata da una straordinaria Alana Haim che fisicamente ricorda la Barbra Streisand primi anni Settanta, è stata forse (è una mia illazione) scelta da Anderson proprio in virtù di quella somiglianza, per operare un ricalco di un memorabile film sull’impossibilità dell’amore, Come eravamo, che proprio nella Streisand aveva il suo punto di forza. Ma forse è una mia allucinazione, di me che reputo Come eravamo uno dei film più lucidi e spietati che mai si siano fatti sulla relazione uomo-donna. E che mi ostino a vedere Licorice Pizza come la sua versione aggiornata al secolo 21. A interpretare Gary c’è Cooper Hoffman, figlio del mai dimenticato Philip Seymour e a lui assai somigliante, a ribadire la consistenza fantasmatica di Licorice Pizza come oggetto cinematografico e metacinematografico che, dietro al suo apparentemente realismo, è una parata di maschere e copie e avatar di ciò che avevamo già visto e amato. Un gioco virtuosistico di simulacri e simulazioni. Attenzione: cameo di Bradley Cooper, Sean Penn, Tom Waits.
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