Caro papà di Dino Risi (1979), Rai Storia, ore 21:10. Sabato 10 agosto 2024.


Raro che lo si veda nei palinsesti tv, dunque da prendere al volo. Un Dino Risi degli anni Settanta – e qui siamo già alla fine della decade, nel 1979 – ovvero un Risi declinante ma ancora capace qua e là di lasciare un segno forte (La stanza del vescovo, Telefoni bianchi, Anima persa). In Caro papà si cimenta con un tema sensibile, anzi il tema di quegli anni di Brigate Rosse e affini, il terrorismo, che fatica ad accordarsi con la sua vocazione alla commedia, pur se acida, cupa e cattiva (e inquegli anni ancora più cupa). Strano film, anche non risolto, in cui l’abituale carica corrosiva, beffarda e sotterraneamente sovversivo-anarchica di Risi verso la società italiana e i suoi vizi capitali (cinismo, corruzione, amoralità pubblica e privata) tenta di sposarsi al cinema politico. L’operazione non riesce, non può riuscire, sono registri e cinema diversi, ma è interessante, soprattutto sintomatica di quel tempo. Caro papà resta uno dei pochi film che osi affrontare, seppure lateralmente e attraverso una storia privata, il male del terrorismo in versione italica, di quel terrorismo feroce e tribale che abbiamo conosciuto. Vittorio Gassman è Gassman in versione Risi, cioè il solito italiano arrogante e un po’ cialtrone dalle mille contraddizioni e dalle scarse virtù (vedi: Il sorpasso, I mostri, In nome del popolo italiano), stavolta reincarnato in un uomo che dagli ideali giovanili della Resistenza è passato al business e agli affarismi più loschi e si è fatto ricco senza troppi scrupoli (ricorda qualcuno? ma certo che sì, il Gassman di C’eravamo tanto amati di Scola). Moglie nevrotica più amante. Più un figlio, Marco, inquieto e abissalmente lontano da lui, come se volesse ripudiare quel padre ingombrante. Albino scoprirà che il rampollo è implicato in un’organizzazione terroristica e nella preparazione di un attentato. Ci sarà un colpo di scena (anche se intuibile). Un film che merita una ri-visione, e fors’anche una revisione. In onda nella austera cornice di Rai Storia che, alla maniera di certo vecchio cineforum, utilizza i film per riproporre all’attenzione temi e fatti del passato e alimentare riflessioni e, ovviamente, dibattiti. A rivederlo oggi credo che emerga con più forza di allora come Caro papà sia, più che un film sul terrorismo, sugli aggrovigliati rapporti padre-figlio e su quel complesso di Edipo a suo tempo codificato da Freud. Il terrorismo, dunque, quale dispositivo per rimettere in scena e drammatizzare quella che secondo il padre della psicanalisi è un elemento strutturale nella costituzione della forma-famiglia: la lotta, benché non esplicitamente dichiarata, tra i maschi di diversa generazione. Interessanteche tra gli sceneggiatori del film compaia anche il figlio di Dino Risi, Marco, futuro regista di spessore.
Pesentato in concorso al festival di Cannes 1979, Caro papà procurò il premio, fin troppo generosamene elargito, a Stefano Madia “du second rôle masculin” (quello di migliore attore protagonista se lo portò a casa il Jack Lemmon di Sindomre cinese, mentre la Palma andò all’epocale Apocalypse Now, una delle palme più meritate di sempre, al pari di quelle assegnate a Taxi Driver, Blow-up, Il gattopardo, La dolce vita, Les parapluies de Cherbourg). Di Stefano Madia si sarebbero poi perse le tracce.
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