La campana del convento di Douglas Sirk (1951).

Di Douglas Sirk, danese-tedesco approdato negli anni Trenta negli Usa in fuga dal nazismo con la moglie ebrea, si conoscono i grandi melodrammi dei pieni anni Cinquanta rigorosi come un teorema, tanto amati da Rainer Wener Fassbinder e, con lui, da legioni di cinemaniaci. Titoli come Lo specchio della vita, La magnifica ossessione, Secondo amore. Ma questo La campana del convento, anno 1951, che tutti li precede e che, seppure con venature mélo resta nella sua struttura un thriller, non lo conosce quasi nessuno, a parte qualche specialista sirkiano. Sicché la sua messa in onda stasera su Tv 2000, la tv della Commissione episcopale italiana, è davvero qualcosa da non perdere. Il rigore e l’austerità della messinscena e, insieme, la pienezza emozionale (benché sirkianamente raffreddata), sono già delle opere maggiori del regista, applicati però stavolta alla storia di un’innocente ingiustamente perseguitata. Siamo in Inghilterra, Valeria sta per essere condotta al patibolo dopo essere stata condannata per l’uccisione del fratello. Ma durante il trasferimento dalla prigione una violenta tempesta costringe condannata e agenti a rifugiarsi in un convento-ospedale. Una suora si convincerà ben presto dell’innocenza di Valeria e si darà da fare per scoprire l’assassino e scagionarla. Finale drammatico sulla torre campanaria, esattamente come in altri e più conosciuti film: Narciso nero, La donna che visse due volte, Lo straniero di Orson Welles (solo un modesto sugerimento per eventuale retrospettiva di film sul tema campane e campanili). Ann Blyth è l’innocente ingiustamente condannata, la gloriosa Claudette Colbert la suora salvatrice.
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