Dante di Pupi Avati (2022).Con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti.


Meglio di quanto ci si aspettasse. Pupi Avati riesce nella non facile impresa di raccontarci un padre della patria (che chissà se sarebbe stato contento di questa Italia), a un monumento, senza scadere nel sussiegoso, nel trombonesco, nell’agiografico. Un piccolo miracolo. Dante ha funzionato abbastanza bene anche al box office, certo grazie alle scolaresche deportate controvoglia nelle sale, ma anche per una qualche indubbia forza propria. Avati si accosta lateralmente a Dante, attraverso un altro nome massimo, quello di Giovanni Boccaccio. Che da parte del comune di Firenze viene incaricato di consegnare dieci fiorini d’oro alla figlia di Alighieri, monaca a Ravenna e unica sua erede, quale tardivo anzi postumo risarcimento per l’ingiusto esilio subito a vita dal padre. Il film dunque si muove su due piani narrativi e temporali: il viaggio picaresco di Boccaccio in un’Italia stracciona e sempre un filo brancaleonesca, e i pezzi di vita di Dante man mano rievocati e raccontati. Si resta impressionati dalla ferocia delle lotte intestine che allora dilaniavano le città, i borghi, dal tribalismo implacabile che non risparmiava nessuno. Nemmeno Dante Alighieri, che aveva avuto il torto di essersi schierato nella sua Firenze dalla parte sbagliate (sbagliata perché sconfitta). Non potrà mai più tornare nella sua città, sempre rimpianta, mai più rivista. Castellitto Sr. è Boccaccio, Alessandro Sperduti è il giovane Dante, fiorentino infiammato per le buone cause civili e poi costretto a vagabondare per il resto della sua vita da un signorotto all’altro, fino all’ultimo rifugio, a Ravenna. (Ma siamo poi sicuro che quella ferocia così italiana, così radicata quale nostro tratto antropologico si sia davvero estinta?)
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