L’oro di Napoli di Vittorio De Sica (1954). Con Vittorio De Sica, Silvana Mangano, Sofia Loren, Totò, Eduardo De Flippo, Paolo Stoppa, Erno Crisa, Tina Pica. Voto 8 (voto 9 agli episodi Il funeralino e Teresa). Presentato in versione restaurata in preapertura di festival la sera del 27 agosto.

Ormai è un’abitudine consolidata quella di Venezia, ma non solo, di pre-aprire il festival, la sera prima del primo giorno ufficiale, con la proiezione di un classico restaurato. Quest’anno è toccato a L’oro di Napoli di Vittorio De Sica, anche a celebrazione dei suoi 70 anni (è del 1954), oltre dei 50 dalla scomparsa del regista. Di solito presentazioni e prolusioni estenuanti, stavolta invece si è andati veloce. Speech introduttivo del novello presidente di Biennale Pietrangelo Buttafuoco tra l’immaginifico siculo-letterario (linea D’Arrigo-Bufalino?) e l’immaginifico dannunziano di cui aveva già dato prova il mese scorso in occasione della conferenza stampa di presentazione del programma. Intervento a mio parere poco in sincrono con la tradizione e pure con la lingua e i codici più sobri della Mostra, un inno tra nostalgia e tonnellate di retorica al cinema in sala, al cinema quale arte nobile e insieme popolare e via dilagando con mano sul cuore, con tanto di perentorio invito al pubblico all’applauso per Totò (tra gli interpreti di L’oro di Napoli). Invito accolto per cortesia e senza troppo entusiasmo. Fortunatamente lo speech è stato di durata sostenibile bruciandosi in qualche minuto. Il microfono è quindi passato al direttore Alberto Barbera, a Aurelio De Laurentiis (detentore dei diritti di L’oro di Napoli), a Andrea De Sica, nipote del regista, che per il restauro si è molto attivato. Quanto al film, accolto alla fine da un lungho e sincero applauso: un oggetto cinematografico enorme, anticipatore di molto cinema che verrà, non solo perché, come ha giustamente ricordato Barbera, si situa come cerniera e punto di passaggio tra neorealismo duro e puro e commedia italiana, ma anche perché ci restituisce un De Sica autore totale, più ricco, più complesso rispetto al cliché di cineasta popolare, semplice, immediato in cui è stato incapsulato. In grado di miscelare documentarismo etnografico e affabulazione con naturalezza o di sperimentare un cinema astratto e matafisico non distante da quello di Antonioni.
Di Giuseppe Marotta, autore del libro cui De Sica e Cesare Zavattini si sono ispirati, non si parla più da decenni. Nessuno ha mai rivalutato la sua scrittura, pesa su di lui il sospetto, non privo di fondamento, di bozzettismo oleografico. Che in effetti trapela anche nel film. I luoghi comuni più fastidiosi su Napoli e la napoletanità sono più volte sfiorati e cavalcati, e sono la parte oggi più caduca di un lavoro peraltro notevolissimo. Perché qui ci sono, tra i sei, almeno (almeno) due episodi straordinari. No, non sono quelli più famosi e amati: non quello clamoroso ma fin troppo ruffiano con la Loren pizzaiola traditrice, non quello di De Sica nobile spiantato causa ludopatia ridotto per riprovare il brivido del gambling a giocare a scopa con un ragazzino (straordinario attore). Non l’episodio finale con Eduardo maestro di vita e di pernacchio quale forma di resistenza dei poveri ai soprusi dei ricchi. A colpire come una rivelazione è stato invece innanzi tutto il racconto Teresa con Silvana Mangano (a proposito: nei titoli di testa il suo nome compare al primo posto, a sancirne l’allora potenza stellare; mentre quelli di Sofia Loren, Eduardo De Flippo, dello stesso Totò arrivano ben dopo di lei. A dirci che la diva italiana in quella stagione era la Mangano, reduce dal successo globale di Riso amaro, più di una Loren ancora agli esordi nel cinema maggiore. Si dirà: facile per le due esserci, nell’Oro di Napoli, essendo entrambe le compagne di vita dei due produttori, Loren di Carlo Ponti, Mangano di Dino De Laurentiis. E però le signore saranno anche state raccomandate, ma si dimostrano qui delle attrici straordinarie, soprattutto la Mangano). Allora: l’episodio con l’allora signora De Laurentiis protagonista la vede nella parte di una prostituta scelta da un uomo a lei sconosciuto, e per oscuri motivi, come propria moglie. Teresa lascia il bordello, viene finalmente presentata all’uomo che la vuole sposare scoprendolo di straordinaria bellezza e di solido benessere. Ma si accorgerà che dietro a quell’apparente colpo di fortuna si nasconde una storia di senso di colpa e espiazione (per lui) che si rovescerà in sadismo e umiliazione (per lei). Con un finale in una piazza vuota di notte che è puro Antonioni, con il primo piano lunghissimo, indagatore, estenuante su Silvana Mangano che ricorda quello altrettanto finale e spietato di pochi mesi prima di Lucia Bosè in La signora senza camelie. Firmato, per l’appunto, da Antonioni. Episodio che mostra il meglio di L’oro di Napoli, il suo oltrepassare la pura oleografia o, meglio, l’attraversarla e decostruirla per rivelare l’anima nera dei prsonaggi e, forse, di una città, di un mondo. De Sica abbandona quella bonomia che tanto spesso gli si attribuisce per farsi testimone di un disastro, di una decomposizione umana e sociale. Smentendo anche il luogo comune secondo cui i nostri grandi del cinema sono spesso, per quanto riguarda la grammatica e sintassi filmiche, e l’uso della macchina da presa, fin troppo basici e elementari. In questo episodio con Mangano e Erno Crisa De Sica mostra di muovere la mdp con sapienza massima e alta concettualizzazione, si guardi solo a come esplora l’interno del palazzo del marito, a come passa da un personaggio all’altro, da una stanza all’altra, senza mai staccare, in piani sequenza insospettabili per un autore ritenuto facile come lui. L’altro episodio memorabile è quello del funerale del bambino, piallato via (Barbera dixit nella presentazione) all’uscita nel 1954 perché si temeva che avrebbe allontanato il pubblico. Un pezzo di cinema virtuosistico, quasi astratto, in cui la carrozza con la piccola bara traccia e stabilisce il racconto, detta il tempo di esecuzione, diventa il medium per esplorare il corteo dei dolenti ma anche gli ambienti che man mano cambiano intorno al feretro, dai vicoli al lungomare (credo via Caracciolo). Si pensa, per le analogie ma anche per certe ardite scelte registiche (quella macchina da presa che inquadra dall’alto i cavalli e i partecipanti al funerale), a Entr’Acte di René Clair, testo fondamentale del surrealismo cinematografico. E la sequenza con la piccola bara portata giù per le scale del casamento tra i vicini vocianti e partecipi assomiglia in modo impressionante all’incipit di Gli indesiderabili, il recente e non così riuscito film di Ladj Ly, il regista del celebrato I miserabili. Ricalco, da pèarte del francese di banlieue, voluto o del tutto casuale? Comunque, la conferma di quanto L’oro di Napoli sia ancora capace di farci credere nel cinema (e che personaggio femminile straordinario è la madre del piccolo defunto, autentica metteuse en scène in grado di trasformare quel funerale non solo in celebrazione rituale del figlio, ma anche in costruzione e sacralizzazione della propria figura di Mater Dolorosa). Vedendolo ho anche pensato come resti tuttora un ritratto magnifico di Napoli e un referto credibile della sua antropologia, impresa tentata ma non riuscita dal Sorrentino di Parthenope (tra non molto al cinema).
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