
Beetlejuice Beetlejuice di Tim Burton. Con Michael Keaton, Winona Ryder, Catherine O’Hara, Justin Theroux, Monica Bellucci, Arthur Conti, Jenna Ortega, Willem Dafoe. Fuori concorso. Voto 6 e mezzo
Fila enorme per la sala Darsena già alle 8.30 di mercoledì 28, mezz’ora prima di questo Beetlejuice Beetlejuice che era la prima proiezione ufficiale di questa Mostra di Venezia numero 81 (però, bel traguardo). Perché il rinnovato sistena di prenotazione online quest’anno non prevede il posto assegnato, garantisce l’ingresso ma poi la poltrona te la devi trovare. Non che sia così grave, però evidentemente sono in tanti a mettersi in coda molto presto per accaparrarsi la postazione migliore e non restare intrapoolati nelle peggiori. È la B-side, la controindicazione non così terribile di un sistema in cui l’abolizione della scelta del posto ha di molto sveltito la procedura di prenotazione rispetto alle attese spossanti degli anni scorsi.
Intanto, cinema. Tim Burton ritorna nostalgicamente sul suo primo successo, Beetlejuice (in italiano, pessimamente as usual, Spirito porcello), con un sequel non ovvio e non podissequo che sa piuttosto di reinvenzione. Tutti a vederlo e molti, come me, più per senso del dovere e per mancanza alla stessa ora di alternative forti che per voglia e convinzione. Non lo si ama più da tempo, il regista di tanto cinema fantastico-horror dai Novanta in poi, considerato ormai imbolsito e perso alla causa. Invece Beetlejuice Beetlejuice piuttosto a sorpresa non è spiaciuto, ha divertito, non ha annoiato (grazie anche a una durata umana) e alla fine ha raccolto dalla platea stampa-industry un applauso sincero. Ma sì, Tim Burton ha ancora qualcosa da dirci e da dire a sé stesso. Riesce perfino con un film assai scritto e meditato a renderci quasi (quasi) soppportabile un genere ormai insostenibile e esausto, pervasivo, egemomico e colonialista come l’horror – inteso nelle sue varie e troppe declinazioni. Non se ne può più di tombe e oltretombe, di passaggi continui avanti e indietro tra mondi dei vivi e quello dei morti, di morti-morti e morti ancora un po’ vivi, di imorti convinti di essere vivi e vivi convinti di essere morti. Però Tim Burton sa affrontare un simile indigesto repertorio con una certa grazia, anche perché qui siamo nel regno dell’horror parodizzato e quindi già autoriflessivo, alieno da ogni pososità e da quella ferrigna seriosità che affligge tanto cinema odierno della paura e del sangue. In Beetlejuice Beetlejuice c’è del grande mestiere e un genuino amore per il cinema, ci sono personaggi magari non dotati di spessore (di cui peraltro non si sente il bisogno), ma ben definiti, ci sono dialoghi ottimamente scritti secondo la tradizione della commedia screwball e weird, ci sono attori che non sbagliano. Tim Burton non eccede come si temeva in burtonismo, il suo premiato magazzino di mostri e mostriciattoli schifosi e insieme di carucceria quasi disneyana viene ampiamente utilizzato ma non colonizza mai lo schermo. Plot abbastanza confuso, con troppe piste narrative che solo alla fine confluiscono in qualcosa di coerente. Però che godimento in certi momenti, come quello musicata e danzata del treno che porta al Great Beyond, l’oltretomba dell’oltretomba (perché anche agli inferi si sa ci sono gironi e livelli) rifatto alla maniera di Hair. E pezzi di tradiizionale ma sempre efficace comicità, come la sala d’aspetto (qui degli appena arrivati nel regno dei morti da indirizzare e smnistare) con tanto di impiegata spietatissima e lavativa allo sportello e i poveri utenti alle prese con la solita ottusità burucratica. C’è chi crede ai fantasmi, come la protagonista Winona Ryder che conversa in diretta tv con i defunti, e chi no (e stranamente a essere scettica è la giovane figlia), in una sorta di revival dell’ottocentesca opposizione tra spiritualisti e positivisti (vinceranno i primi, ovvio). E c’è il segno di un autore che sa, che può citare non inappropriatamente Dostojevsky (ultimamente assai amato dal ciunema, vedi la serie dei fratelli D’Innocenzo, vale a dire il migliore cinema italiano da parecchio tempo in qua), che sa guardare con devozione e rispetto al cinema horror italiano di Mario Bava e magari pure di Riccardo Freda (con Monica Bellucci al centro di una lunga scena in bianco e nero recitata in italiano che è un omaggio timburtoniano a quei maestri e nello stesso tempo una dichiarazione d’amore alla sua nuova compagna). Ottime invenzioni, come il personaggio di Delia, moglie di un neodefunto decapitato da uno squalo, performer e artista visuale che, in occasione del funerale del consorte, avvolge la loro casa in veli neri alla maniera di Christo (e qui vien voglia di applaudire). Tim Burton è diverso dai tanti ragazzotti autocertificatisi maestri del nuovo horror e ci tiene a farcelo vedere. Poi certo ci si chiede se non sarebbe il caso di dichiarare una moratoria internazionale sancita dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sul genere horror e suoi derivati per almeno un paio d’anni. Ah sì, c’è anche in Beetlejuice Beetlejuice una parodia per niente cattiva di Dune e dei suoi vermi della sabbia: sempre aggiornato, il signor Burton.
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