
Maria, un film di Pablo Larrain. Con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher, Haluk Bilginer, Kodi Smit-McPhee, Stephen Ashfield, Valeria Golino, Vincent Macaigne. Concorso. Voto 8
Primo film del concorso, ed è stata un’ottima partenza (non così si può dire dei due film della competizione proiettati dopo questo, l’argentino El Jockey e l’americano ma con regista olandese Babygirl, entrambi pessimi). Un biopic, Maria (Callas, ça va sans dire), che non si attiene alle regole del genere, anzi le corrode e scioglie in una visione in cui reale e fantasmi mentali si mescolano e confondono. Dove la linearità narrativa viene stravolta in un flusso spaziotemporale tra passato e presente, tra qui e continui altrove, dove la fedeltà minuziosa a fatti e dettagli lascia il posto a una reinvenzione quella sì fedele, o che almeno cerca di esserlo, all’essenza, all’anima del (s)oggetto rappresentato. La mise en scène di una vita, quella della Grande Tragica, arrivata a Parigi – teatralmente, melodrammaticamente – al suo ultimo atto. Il cileno assai cosmopolita Pablo Larrain firma il numero tre della sua serie (finisce qui?continuerà?) dedicata a donne celebri, per differenti ragioni, del secondo Novecento. Dopo Jackie Kennedy-Jackie O’, dopo Diana Spencer, questa volta si (ci) confronta con Maria Callas. La devo chiamare Maria o La Callas?, chiede alla diva-divina un giovanotto suo devoto che la vuole intervistare (e la intervisterà). Allo stesso modo ci si chiede: questo Larrain è intorno a Maria o alLa Callas? Direi, e per fortuna, la seconda. Seguendo la sceneggiatura del collaudato Steven Knight (La promessa dell’assassino, Locke, Allied), il regista di film già classici come Post Mortem e El Club non ci racconta la Primadonna Assoluta nelle sue dimesse vesti private, non va a indagare la donna nascosta dietro la diva, la qualunquità dietro l’eccezionalità. Piuttosto si attiene alla leggenda, alla Callas come ce l’ha tramandata il suo culto, tracciando più che una biografia in senso stretto una mitografia. E meno male. Perché mai dovrebbe interessarci la Callas in ciabatte o che va a fare la spesa?, come peraltro si è visto in certi home movies recuperati in non ricordo quale film (uno dei tanti sulla sua vita), con lei a Sirmione nella fase Meneghini in giro come una qualsiasi villeggiante. O una sciura borghese. Qui Callas è nella pienezza del suo essere Callas. Del suo mito. Vista nella fase terminale, a Parigi, ormai in ritiro, lontana dalle scene ma sempre indefessamente in scena anche tra le mura di casa o nelle sue promenade e rare uscite. Dipendente da pillole tranquillanti e antidepressive e chissà cos’altro ancora, in preda dunque a visioni che sono allucinazioni e fantasmi che la vanno a trovare di giorno e soprattutto la notte. La mia testa è teatro, è palcoscenico, dice a un certo punto, ed è la chiave del film di Larrain. Callas ormai identificatasi con il proprio personaggio, diva massima anche con i domestici, che sono poi la sua vera famiglia nei tetri anni della decadenza: il maggiordomo-tuttofare Ferruccio (Pierfrancesco Favino) e la housemaid-governante Bruna (Alba Rohrwacher). Che nello stesso tempo siono amici, complici, parenti, servi devoti e occhiuti guardiani, angeli protettivi e carcerieri che la controllano perché non ecceda in quelle sostanze che la stanno avvelenando. Morirà a 53 anni, pensare che oggi a quell’età le cantanti liriche sono non solo attive ma all’apice della carriera, si pensi a Anna Netrebko, 52 anni: chi mai si sognerebbe di pensionarla, anzi la si continua a chiamare nei maggiori teatri d’opera, a affidarle aperture scaligere.
Maria è un’immersione, anche temeraria, nella mente-palcoscenico e psicoattiva delLa Callas, tra paure, pulsioni distruttive e autodistruttive, memorie e traumi mai sanati: la mamma che a Atene durante l’occupazione nazista prostituisce lei e la sorella agli ufficiali tedeschi, la storia con Onassis e l’abbandono da parte di lui per Jackie Kennedy (“l’hai sposata”, gli rinfaccerà Maria sul letto di morte; ”ho amato te” risponderà lui). E naturalmente la musica in forma di melodramma. Verdi, Bellini, Donizetti, Puccini, Bizet, Cherubini. Maria che anche dopo il ritiro si sottopone a lezioni-esercitazioni di canto facendosi del male per come, confrontandosi con le proprie performance leggendarie, avverte l’usura della sua voce. Mentre il presente si sovrappone e si interseca con i successi del passato e gli infiniti incontri extra-palcoscenico.

Pablo Larrain
Larrain prende molto sul serio il melodramma in tutte le sue convenzioni e eccessi e se ne serve come utensile per la sua messinscena. Sarà anche per questo, per l’eccesso melodrammatico, per il furore immaginifico, per il turgore registico, che il film non è piaciuto, salvo qualche rara eccezione, ai giovani critici, lontani per formazione e sensibilità da quell’estetica. Da quella lingua. Cinema vecchio, dal sentore di muffa, ho sentito dire in giro, magari dagli stessi che l’altro ieri avevano urlato al quasi-capolavoro, sempre qui a Venezia, per quello che forse è il più brutto Larrain di sempre, Ema. Brutto però furbescamente giovanottesco. Mentre qui, confermandosi cineasta tra i più dotati in circolazione e tra i più eclettici (e colti), in grado com’è di svariare tra plurimi registri espressivi, si cimenta, riuscendoci, nel film-opera trasformando quello che poteva essere un anodino biopic nella suprema performance callasiana. Con sequenze di cinema puro che non si dimenticano, cori operistici (dalla Butterfly, dal Trovatore) che prendono corpo e si materializzano per le strade e le piazze di Parigi proiettando verso il fuori il teatro mentale che occupa e devasta la testa di Maria. Impressionanti la perizia tecnica e la precisione delle ricostruzioni dei filmati d’epoca (ambienti, costumi, scenografie, grana della pellicola, posture della Callas). Ci si commuove e, in una delle scene più belle e certo la più straziante, l’incontro con la sorella (una Valeria Golino mai così brava), si piange. Angelina Jolie? Si fatica all’inizio a sovrapporla all’immagine che abbiamo sempre avuto della Callas, ma la sua dedizione alla causa del film e al personaggio alla fine prevale su ogni perplessità. Grande prova. Peccato che Maria sia parlato – per evidenti ragioni di produzione e distribuzione – sempre e solo in inglese, una miscela linguistica di inglese, italiano, francese, greco sarebbe stata di sicuro più adeguata.