
Campo di battaglia di Gianni Amelio. Alessandro Borghi, Gabriel Montesi, Federica Rosellini, Giovanni Scotti, Vince Vivenzio, Alberto Cracco, Luca Lazzareschi, Maria Grazia Plos, Rita Bosello. Concorso. Voto 7
Accolto con freddezza, almeno alla proiezione stampa cui ho assistito. Un Amelio in effetti che non fa molto per piacere e risultare appetibile, optando per una narrativa tanto minimalista da sembrare a tratti assente. E poi personaggi troppo dimostrativi, incarnazioni di valori, veicoli di messaggi, più finalizzati a una tesi che animati di vita propria. E poi la guerra, la prima mondiale, quella del carnaio delle trincee, quella che fungerà da incubatrice e levatrice di tutti gli incubi e orrori totalitari del secolo breve. Non proprio uno dei contenuti adatti a infiammare di questi tempi le platee (comprese quelle dei festival) avide di escapismo. Oltretutto, tema sul quale è stata realizzata una quantità enorme di opere, quindi ad alto rischio di déjà-vu. Però Amelio si discosta dal canone, non si confronta cone le trincee, gli assalti, le battaglie, il suo punto di osservazione si situa lontano dal fronte, nelle retrovie. È negli ospedali pieni di feriti, mutilati, morenti, anche questo un campo di battaglia per chi lotta per sopravvivere e per i medici, gli infermieri, le crocerossine che cercano di salvare più vite possibili. Un punto di vista inusuale, che fa la differenza rispetto al molto prodotto sulla WWI. Siamo se ho ben capito nell’ultimo anno della Grande Guerra, duranta la ritirata di Caporetto (così lascerebbe pensare la sequenza d’apertura con quelle file di carri e di soldati). O poco dopo. In un ospedale da campo si confrontano due medici dalla opposta visione. Da una parte Stefano, imbevuto di valori patriottici e guerreschi, che conduce una sua personale lotta contro i simulatori, gli imboscati, coloro che per non farsi rimandare al fronte non esitano a compiere atti di autolesionismo, a autoinfligersi ferite e mutilazioni. E che, se da lui smascherati, vengono rispediti a morire in trincea quando non denunciati come disertori. Dall’altra parte il medico buono, Giulio, che al contrario di Stefano cerca di impedire che quei ragazzi vengano rispediti in trincea, ricorrendo se necessario a metodi poco ortodossi al limite della legalità. Lo scontro tra i due è continuo, bellicismo contro pacifismo, in una contrapposizione fin troppo binaria e schematica dove nessuno dei due sembra in grado di andare oltre le proprie rigide convinzioni per cercare un punto di incontro. Ed è, questa prima parte di film, abbastanza estenuante per ripetitività (le richieste continue e ossessive dei ricoverati) e dialoghi senza troppe sfumature. Ma, benché girato senza ubbie sperimentaliste anzi secondo una solida classicità, Campo di battaglia riesce a comunicarci visivamente molto altro, un senso continuo di minaccia, di orrore, di collasso di un mondo. Di apocalisse. Con una fotografia livida che, soprattutto negli esterni, ci restituisce la desolazione di edifici massicci e grigi adibiti a ospedali, caserme, luoghi di contenzione e concentramento. Edifici squadrati, arcigni, come protesi verso il nulla (con un che, ma sì, di kafkiano, se volete di buzzatiano, di profondamente mitteleuropeo e poco italo-mediterraneo). E l’insistere della cinepresa sui corpi malati e vulnerati, sul sangue rappreso, sui bendaggi, sulle protesi, sulle stampelle, finiscono col configurare, forse al di là delle intenzioni dello stesso regista, un universo concentrazionario da cinema del mistero e dell’orrore. Di un orrore corporale e ancora di più mentale, psicologico. Che è una cifra assai rara nel nostro cinema e che fa di Campo di battaglia qualcosa di audace e anomalo. Ancora di più si slitta dal cinema bellico al gothic nella seconda parte, quando scende in campo un altro nemico, l’epidemia che prenderà il nome di spagnola. I due medici amici-nemici, Siefano e Giulio, si troveranno ad affrontare anche questa nuova battaglia, ognuno a modo suo e con ruoli diversi: mentre il tasso visionario si alza e Campo di battaglia si fa sempre più incubo notturno, con quel lazzaretto dove vengono accumulati e isolati i malati per contenere il contagio, fino alla grande sequenza dei cadaveri buttati nella fossa comune e bruciati (ogni riferimento alla recente pandemia da Covid è probabilmente voluto). Si resta alla fine con la sensazione di avere assistito non a un classico film sulla guerra, piuttosto a un cinema di esplorazione del lato oscuro, nostro e della Storia, individuale e collettivo. Gabriel Montesi, attore in ascesa, è perfetto quale medico carogna, Alessandro Borghi forse un filo troppo manierato come Giulio. Federica Rosellini, gran nome del nostro teatro (non solo) di ricerca, è la crocerossina che voleva essere medico.
CERCA UN FILM
ISCRIVITI AI POST VIA MAIL
-
-
ARTICOLI RECENTI
- Cinema stasera in tv: SPARTACUS di Stanley Kubrick – giovedì 24 settembre 2026
- Venezia 2026. LOOK BACK di Hirokazu Kore-eda: recensione
- Venezia 2026. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso
- Venezia 2026. WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy – recensione
- Venezia 2026. POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong – recensione
Iscriviti al blog tramite email