Venezia 2024. APRIL di Dea Kulumbegashvili: recensione

April di Dea Kulumbegashvili. Con Ia Sukhitashvili, Kakha Kintsurashvili, Merab Ninidze. Concorso. Voto 8 e mezzo
Uno di quei film che ai festival sono necessari perché spaccano le convenzioni, obbligano nella loro radicalità (di sguardo, di forme, di narrazione, di visione) lo spettatore a interrogarsi: anche su cosa sia il cinema oggi. Ieri sera ero in Sala Giardino, il cubo rosso a lato del palazzo fascio e, bisogna ammetterlo, bellissimo del Casinò, per un film turco di Orizzonti e nella fila dietro alla mia sentivo un gruppo di signore e signori in età, fedelissimi della Mostra, commentare questo April della georgiana Dea Kulumbegashvili. . Commenti del tipo (vado a memoria): interessante la storia (che, aggiungo io, tratta di una ginecologa che nella Georgia caucasica profonda pratica aborti clandestini per trarre d’impiccio povere donne inguaiate), ma il resto non si può guardare, Spiace non essere d’accordo con quei signori (da ringraziare, perché se non ci fossero loro e gli spettatori come loro il cinema d’autore in sala sarebbe estinto da anni), ma a proposito di April la penso esattamente nel modo opposto. Contenuti già visti molte volte, cito solo Vera Drake di Mike Leigh premiato molti anni fa con il Leone d’oro, mentre è la forma a stupire. Dea Kulumbegashvili viene dallo straordinario successo del suo Beginning, vincitore a San Sebastian 2020 di ben quattro premi, e qui riapplica il linguaggio cinematografico, la rigorosa (e forse anche rigida) forma cinema messa a punto per quel progetto. Lunghe inquadrature fisse, contemplative e ipnotiche, su persone e ambienti, alternate, come in una partitura musicale, a piani sequenza interminabili che riprendono macchine viaggianti di notte in paesaggi quasi indistinguibili. O improvvisi e torrenziali naufragi che flagellano e ridanno vita a una natura esausta. Utilizzo radicale del fuori campo. Per un cinema dell’osservazione dove le cose e i paesaggi contano quanto gli umani, dove il dentro all’inquadratura vale quanto quello che sta fuori, dove si formano concatenazioni inconsce tra elementi apparentementi incongrui. Ancora, forse, non così personale, ancora debitore alla lezione di tanti maestri, Michael Haneke, Carlos Reygadas (che ha prodotto non a caso Beginners, mentre qui lo stesso ruolo è ricoperto dall’onnipresente Luca Guadagnino), Bela Tarr, Lav Diaz. Non tutto fiunziona, gli inserti allucinati con quel personaggio mostrificato dal corpo sfatto che si aggira lungo il film (e negli incubi della protagonista?) è fin troppo dimostrativo e ahinoi metaforico. Ma April nonostante i suoi limiti è cinema potente, incisivo, coraggioso. Benissimo si è fatto a metterlo nel concorso maggiore

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