
Vermiglio di Maura Delpero. Con Tommaso Ragno, Carlotta Gamba, Giuseppe De Domenico, Roberta Rovelli, Martina Scrinzi, Orietta Notari, Sara Serraiocco. Concorso. In sala dal 19 settembre. Voto 6 e mezzo
Confesso: mai avrei pensato che questo film si sarebbe preso il Leone d’argento – Gran premio della giuria, secondo riconoscimento in ordine di importanza del festival. Un film più che discreto e assai dignitoso, ma temo alquanto sopravvalutato. Non è neanche così vero che fosse il migliore italiano del concorso come da più parti si è scritto, resto dell’idea che il maltrattato – dalla giovane critica come da quella istituzionale – Campo di battaglia di Gianni Amelio gli sia superiore per come trasforma il duro realismo di un film bellico in visione metafisica, in cinema quasi astratto della minaccia. Mentre Vermiglio (dal nome del villaggio dell’alta Val di Sole, in Trentino, in cui si svolge la storia), raccontando di un’altra guerra, la seconda mondiale, e dei suoi riverberi su un microcosmo alpino, resta prigioniero del proprio minuzioso realismo rischiando l’effetto presepe o diorama, le “scene da una comunità” con i suoi ambienti (la chiesa, la scuola, le case, l’osteria, i fienili, le stralle), i suoi mestieri, le sue figure e figurine.
Siamo sul finire (non ben precisato) della seconda guerra mondiale. Giù a valle se ho ben capito ci sono ancora i tedeschi, forse in ritirata verso la madrepatria, forse no. A Vermiglio, all’osteria si discute e si litiga tra chi ce l’ha con i disertori, i soldati che scappano dalla guerra per tornarsene a casa, e chi sta invece dalla parte di chi si sottrae al massacro. Ma disertori perché? da dove? da che cosa? Il film di Maura Delpero non è molto chiaro e procede per allusioni, sottotesti, ellissi. Vediamo arrivare un ragazzo del villaggio, ferito, sorretto da un compagno, un siciliano, che con la sua estraneità turba e seduce la gente di Vermiglio: forse (è una mia supposizione) hanno lasciato l’esercito dopo l’8 settembre o forse si sono sottratto ai bando di arruolamento della Repubblica sociale. O forse sono reduci dalla prigionia in Germania. Una vaghezza che pesa sul film, il quale all’inizio sembra imboccare una strada affine a quella di L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, la cronaca di un villaggio sotto la minaccia tedesca e repubblichina. Ma questa pista viene ben presto abbandonata. A importare alla regista è tutt’altro, non la Storia, se mai la rappresentazione di un mondo fuori dalla Storia, depurato di ogni esplicito riferimento al presente, affondato in una dimensione arcaica e nel tempo del mito. Una comunità agricolo-pastorale alpina dove tutto sembra immutabile e eternamente uguale a sé stesso, non per niente Maura Delpero si dimostra assai attenta ai riti religiosi o a quelli magico-pagani. Siamo vicini a un cinema etnografico, antropologico, che cerca di ricostruire nella finzione una scheggia di cultura contadina adottando i modi di un apparente cinema documentaristico. Come hanno detto in molti, la lezione di Ermanno Olmi e del suo L’albero degli zoccoli è evidente, ma nel gran bergamasco non c’era il fermo-immagine di chi non fa i conti con il flusso degli avvenimenti esterni, anzi c’era la testimonianza di un progressivo disfacimento e di come le forze di fuori ridisegnassero il panorama del villaggio (l’espulsione di Zvanì resta una scena memorabile per come ci mostra all’opera quelli che marxianamente sono i rapporti di classe). Qui il solo tramite con l’oltre-Vermiglio è Pietro, il soldato forestiero arrivato al villaggio sorreggendo il commilitone ferito. Di lui si innamorerà la figlia grande del maestro di scuola, che lo sposerà e ne resterà incinta. E sarà lei alla fine a lasciare il paese per un lungo viaggio. Ma anche questo non sarà sufficiente ad aprire il film, a spalancarne porte e finestre e farlo uscire dalla sua dimensione claustrofobica. La narrativa resta sempre fragile, al limite dell’anoressia, non ci sono racconti che egemonizzino il film, solo frammenti che peraltro non ce la fanno mai a diventare affresco corale. Cinema orizzontale che procede per accumulo di personaggi, facce, aneddotti, bozzetti, a comunicare un senso di immobilità e introversione. Resta, di notevole, la capacità di Maura Delpero (al suo secondo lungometraggio dopo Maternal presentato qualche anno fa a Locarno e reperibile adesso su RaiPlay) di restituire un mondo arcaico, la facce, le voci (grazie anche alla sacrosanta scelta di ricorrere alla lingua locale e non a un finto italiano), i suoni (anche della natura), la frugalità e la povertà di un inverno contadino d’alta montagna. Ed è ammirevole il rispetto con cui guarda ai suoi personaggi, la trasparenza e pulizia del suo sguardo, a contrasto con tanto cinema della grevità che abbiamo visto in concorso (cito solo Babygirl di Halina Reijn, ma potrei continuare).
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