Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte di Claude Lelouch. Con Kad Merad, Elsa Zylberstein, Michel Boujenah, Sandrine Bonnaire, Barbara Pravi.
Reduce dal premio alla carriera a Venezia, Claude Lelouch torna nei cinema con Finalement, salutato da molti come un’opera eminente. Con tutto il rispetto per Lelouch che un pezzo di storia del cinema l’ha scritta, non sono d’accordo. Se nella prima parte Finalement ha una sua leggerezza e una felice vena anarchica, poi precipita nel solito sentimentalismo kitsch che è sempre stato il lato debole del regista. Con momenti anche assai imbarazzanti e una totale sconnessione dalla contemporaneità. Voto 4 e mezzo
Ci sono, nell’ecosistema della critica cinematografica flussi e riflussi, mode che vanno e mode di ritorno, condanne senza appello e improvvise riabilitazioni di quanto era fino a un attimo prima innominabile, improponibile, relegato agli inferi. È questo il caso di Claude Lelouch che nessun recensore, vecchio o giovane, di carta o di web, del salotto buono o degli oscuri androni delle fanzine, degnava più di uno sguardo né di un qualsiasi interesse da qualche decennio. Invece, di colpo, e chissà per quale capriccio degli dei della cinefilia, a Venezia si è innescato il processo di riabilitazione con sventolii metaforici di bandiere alll’indirizzo del vetusto ma da un pezzo non più venerato autore di Un uomo, una donna, anni 87 peraltro allegramente portati. Del resto, si sa, non esiste snobismo più grande di quello di promuovere a capolavoro quello che fino a un attimo prima era considerato spazzatura. Presentato fuori concorso a acompagnare il premio alla carriera a Lelouch, Finalement è stato salutato, anche da arcigne firme dedite al culto di Lav Diaz o di Wang Bing, come un quasi-capolavoro, l’opera di una maestro indiscutibile. Osanna perfino da parte di ragazzacci dediti di solito agli splatter più sanguinolenti che probabilmente di Lelouch mai avevano sentito parlare prima di questa celebrazione veneziana. Uno spettacolo abbastanza istruttivo per come mette in evidenza la pulsione di tante truppe recensorie al pensiero unico, al conformismo, all’adeguamento passivo all’opinione espressa dal guru di riferimento dell propria consorteria cinefila. Strano recupero, strana beatificazione, tantopiù se si ripensa al Claude Lelouch di Parliamo delle mie donne, correva l’anno 2014, passato nelle nostre sale nella più totale indifferenza se non ostilità.
Vedendo Finalement, per un po’ ho pensato di trovarmi di fronte a qualcosa di davvero audace, fuori norma, all’opera di un grande vecchio che non ha niente da perdere e ha voglia di giocare ancora con sé stesso, con il proprio pubblico, con il cinema. Ma l’illusione è svanita dopo una quarantina di minuti, anche meno (dimenticavo: alla sceneggiatura c’è anche Valérie Perrin, scrittrice di bestseller come Cambiare l’acqua ai fiori, ultima moglie in ordine di tempo del plurimaritato e pluridivorziato Claude Lelouch).
Ma andiamo con ordine. La prima parte è accattivante, benché insospettiscano certi panorami troppo cartolineschi tipo Mont Saint Michel piazzato a sfondo che neanche più l’overturista in vena di selfie instagrammatici. Vediamo un maturo signore non così ben messo (lo interpreta Kan Merad, gran commediante e vero atout dell’operazione) fare l’autostop e trovare subito un passaggio. Il che non è che la prima di molte inverosimiglianze: chi mai si fermerebbe oggigiorno a caricare un homeless come lui? Che, apprendiamo, si chiama Lino, omaggio lelouchiano a Ventura, e che allo sbigottito brav’uomo che lo ha tirato su racconta di essere un prete ricercato per lo stupro di alcune sue parrocchiane. Lo ritroviamo rifare l’autostop e ogni volta raccontare di essere una persona diversa, ma sempre ricercata dalla polizia per un qualche reato. Presto svelato il mistero, Lino è un avvoccato famoso che ha mollato, tutto, la famiglia, il lavoro, in cerca non si capisce di cosa, forse della libertà, e che di volta in volta finge di essere uno degli imputati da lui assistiti nel corso di vari processi. E non è male, questo piccolo surrealismo di levità quasi buñueliana (a parte quella storia dello stupro, imperdonabile in un contesto di commedia), questi pirandellismi giocosi che ti fanno ammirare Lelouch per il coraggio, anche per una certa vena di stralunata follia. L’uomo in fuga dirà di soffrire di una sindrome che lo porta a esternare senza più filtri quello che pensa, anche se disidicevole e offensivo (che ne soffra anche il Vittorio Feltri del recente “i ciclisti mi piacciono solo quando vengono investiti”?), e che per colpa di quella sindrome ha dovuto lasciare il suo bel mondo borghese: sicché eccolo sulle routes de France con barba lunga, trasformato in vagabondo, precipitato dall’alto della scala sociale al gradino più basso. Fin qui si intravede ancora un che di commedia bizzarra e un po’ screwball con qualche eco di Preston Sturges, ma è un’illusione ottica. Perché presto si verrà investiti da un ciclone di kitsch sentimentalista, dall’inattualità di quanto vediamo sullo schermo (come se Lelouch si muovesse in un universo parallelo che è solo suo e disconnesso dall’oggi), dall’eccesso di indulgenza del regista verso il suo personaggio (dietro al quale forse c’è qualcosa di autobiografico). Viene meno quel senso di scorribanda anarchica dell’inizio, se non quando Lelouch mescola, non senza genialità bisogna ammettere, il proprio cinema alla vita dei personaggi. Perché, apprenderemo (spoiler alert), Lino altri non è che il figlio avuto da Lino Ventura con Françoise Fabian in Un uomo e una canaglia; mentre una signora che vive su una chiatta si dichiara figlia di un altro personaggio di un altro film di Lelouch che però non sono riuscito a identificare (fine spoiler). Giochi metacinematografici e auticitazionisti che vanno nella colonna dei sì, delle cose positive di Finalement, purtroppo controbilanciati dalla ben più robusta colonna dei segni meno. L’eccesso di kitsch, si diceva. Che è poi il Lelouch che proclama, come sempre, il primato dei sentimenti, che riduce la complessità dell’umano alla semplice emotività. Un primato tradotto in narrazioni di amori perduti e ritrovati attraverso lunghe stagioni della vita e della Storia, in film-affresco di più destini e personaggi. Lelouch insomma. Fabbricante di un cinema di lacrime e sorrisi, di perdite e agnizioni. Sempre, anche nei casi migliori (Boléro), con un sovradosaggio zuccherino. Qui il protagonista vagabondo incontra nonostante il suo aspetto da clochard molte signore e tutte con il suo charme le incanta. L’antiquaria benevola che gli vende la tromba, la contadina che lo accoglie nella sua fattoria, la ragazza che lo fa dormire nel fienile, e via con inverosimiglianze sempre più vistose. Possibile che in Francia, nella Francia in cui legioni di elettori danno il loro voto a chi promette di buttar fuori stranieri e forestieri di ogni tipo il nostro vagabondo incontri gente sempre di massimo altruisno e garbo? Come quando si abbevera a un pozzo – sì, come in un romanzo rurale ottocentesco c’è un pozzo in mezzo al cortile di una fattoria – e la padrona di casa lo invita subito a prendersi un caffé anziché chiamare la polizia. Siamo insomma in un idillio francese che esiste solo nella testa di Lelouch. Perfino il festival di Avignone, durante il quale si svolge un sehmento del film, è dipinto come una festa popolare dove tutti si divertono, cantano e ballano e sono accoglienti con il forestiero di passaggio. Dove Lelouch, a sottolineare il clima da “festival diffuso”, ci mostra case e negozi trasformati in palcoscenici per sgallettate che ballano flamenchi e altre cose assai etniche. Ma il peggio deve ancora arrivare e, cercando di non spoilerare, dico solo che l’arringa in tribunale di Lino, tornato a fare il suo mestiere di avvocato, in favore di una tenutaria di bordello, arringa che è un inno alla bellezza del mestiere della prostituta vista come una benefattrice dell’umanitù e combattente contro la solitudine di tanti maschi infelici, è quanto di più imbarazzante sia capitato di vedere al cinema negli ultimi tempi. Con una retorica spiccia, con un appello ai sentimenti (ancora!) e una totale ignoranza della sensibilità odierni su temi quali il corpo mercificato delle donne che nessun tribunale tollererebbe. Con un trombonismo da parte di Lino e anche argomentazioni non così dissimili da quelle dell’avvocato Vittorio De Sica che nel Il processo di Frine di Alessandro Blasett invocava l’assoluzione dell’imputata Maria Antonia (Gina Lollobrigida) in nome della bellezza. Solo che era il 1954, esattamente settant’anni fa. Che dire poi quando Lelouch riesuma la chanson francese rifacendosi però più che agli chansonnier e a Edith Piaf al suo volonteroso clone Mireille Mathieu. Ed è straniante sentire Barbara Pravi – nel film è la figlia di Lino – cantare come nelle balere della Francia degli anni Cinquanta-Sessanta. Sì, la stessa Barbara Pravi che si classificò con Voilà (pure quella in stile Mireille Mathieu) seconda all’Eurofestival 2021 dietro ai Maneskin. E basti così. Sipario, finalement.
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Una risposta a FINALEMENT, un film di Claude Lelouch: recensione. Cinema di ieri