
Joker: Folie à deux di Todd Phillips. Con Joaquin Phoenix, Lady Gaga. Brendan Gleeson, Catherine Keener, Zazie Beetz. Concorso. Voto 7
Recensione scritta dopo la proiezione al Festival di Venezia.
Della lunga stagione di Alberto Barbera alla direzione della Mostra, il Leone d’oro assegnato a Joker nel 2019 (vedi in basso Nota 1) sarà citato negli annali come una delle tappe più significative. Perché fino a quel momento mai si era visto vincere a Cannes o a Venezia un film così incontrovertibilmente di genere, tratto oltretutto, ad aumentarne la caratura pop, da un comic (difatti Joker supererà al box office worldwide il miliardo di dollari diventando il titolo di maggiore incasso nella storia del festival), a sancire l’abbattimento di ogni residua barriera tra cinema autoriale e no. Sdoganamento anche più importante perché avvenuto a una manifestazione che continua a fregiarsi della dicitura (un po’ polverosa) di Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Maiuscole obbligatorie.
Ecco, visto il precedente Joker molto ci si aspettava da questo sequel-non sequel di Todd Phillips, anche per via di certe anticipazioni lasciate filtrare che ne enfatizzavano il tasso di novità, l’anticonvenzionalità, l’andare oltre i codici del crime/noir per contaminarli con quelli, apparentemente divergenti, del musical (e del romance). Invece, all’ostensione di Folie à deux (però, che bel titolo) alle masse in Sala Darsena e Sala Grande, è seguita una delusione cocente e pressoché unanime nella stampa e nel pubblico, per i motivi che andrò a dire. Eppure credo che con il tempo questa parte seconda andrà rivista, e riconsiderata ruotando di parecchi gradi il punto di osservazione. Non più seguito lineare, ma operazione metalinguistica, nota a piè di pagina e a margine, commentario e glossario del film-matrice. Come analisi delle fondamenta dell’operazione Joker e della struttura, narrativa e psichica, del suo personaggio centrale. Già il sub-titolo in francese, lingua della sofisticazione e della legittimazione culturale par excellence, indica l’ambizione da parte di Todd Phillips di fuoruscire dal perimetro hollywoodiano per occuopare lo spazio di un cinema più meditativo, riflessivo, in un certo senso più europeo.
Ma, si diceva, delusione alle proiezioni veneziane (anche da parte mia). Ci si aspettava un classico sequel, quindi altre imprese criminali del Joker, un’ulteriore estensione del suo impatto sulle masse, la celebrazione di Arthur Fleck idolo delle folle, la messa a ferro e fuoco di Gotham City-New York in un’escalation terroristica. E con la discesa in campo di Harley Quinn amica-amante-complice-alter ego femminile, assente nel primo capitolo e qui interpretata da una nome maximo dell’entertainment come Lady Gaga, si ci aspettava un film ancora più poderoso e spettacolare del primo. Niente di tutto questo. Come se Todd Phillips avesse scientemente voluto deluderci e trasformare il vincente marchio Joker nel suo negativo, in un prodotto ostico, respingente, poco spendibile sul mercato, circonfuso già in partenza da un’aura di film maudit, fallito, votato allo smacco e allo scacco (e sarà interessante vedere le reazioni del pubblico, e gli incassi, quando uscirà in sala). Cos’è allora Joker: Folie à deux? Un estenuante prison-movie, un incubo concentrazionario focalizzato sul suo main character (un immenso Joaquin Phoenix) dal corpo martirizzato, smunto, inscheletrito, anoressico, ridotto a larva. Perseguitato dai suoi carcerieri (ricordiamolo: è detenuto dopo i cinque omicidi commessi nella puntata precedente ed in è attesa del processo, di cui vedremo successivamente le fasi), ma soprattutto dai proprio fantasmi interiori. Meglio: a essere assediato dai suoi demoni è il signor Arthur Fleck, internato ad Arkham, conosciuto come Joker per la maschera clownesca che si è dato nella sua attività prima ricreativa e poi criminale (e di sobillatore delle folle).
Ossessivamente Todd Phillips si concentra sulla sua degradazione fisica, come un pittore controriformista di crocifissioni e martirii: affascinato, abbacinato da Arthur/Joker con cui ingaggia un corpo a corpo che finirà come non si può dire. Il resto conta poco, compresa Harley Quinn, mai promossa davvero a deuteragonista, ed è uno dei limiti dell’operazione, anche perché si coinvolge un talento come Lady Gaga per poi sprecarla e tenerla ai margini della linea narrativa principale. Non succede granché nelle pur due ore abbondanti di durata, non si esce mai davvero dalla cella di Arthur/Joker, nemmeno nelle scene processuali si va oltre la dimensione claustrofobica e introflessa del film. Che nella sua essenza è il tentativo, sempre frustrato peraltro, di penetrare dentro il personaggio, di spiegarcelo, di scoprire se davvero sia scisso tra la parte buona (Arthur) e quella demoniaca (Joker), come sostiene la linea difensiva. O se invece il Male gli sia costitutivo, consustanziale, organico. E onnipervasivo. Questione interessante, che però Todd Phillips si limita il più delle volte a enunciare anziché calare in azione, racconto, insomma cinema (come lo intendiamo soprattutto nella sua declinazione hollywoodiana). Con poi un’eccessiva fiducia in quella scienza ambigua che è la psicologia, cui il regista si affida per dirimere la complessa identità di Arthur/Joker. Troppe spiegazioni, e troppe secondo quel sapere psicologico-psicologistico come si è configurato negli ultimi decenni a uso delle masse televisive, una povera scienza che riduce la complessità dell’umano a un serie di formule stereotipate. Dopo due ore in cui si interroga se ci sia un solo Arthur o se sia in preda al solito split tipo Mister Jekyll e dottor Hyde, il film finisce con l’annegare nel banale. Anche se a salvarlo e a farne forse (forse) un possibile grande film è la centralità del corpo scarnificato di Joaquin Phoenix, la sua maschera insieme di sconfitto e di ribelle sorgivo pronto a ogni violenza. Ed è la cinepresa, ora mossa ora ossessivamente fissa di Todd Phillips, che più che costruire scava un universo labirintico di celle, corridoi, oscuri passaggi, nicchie pericolose in cui si aggirano Arthur, il suo doppio Joker, i suoi persecutori, i suoi fantasmi interiori. Tra improvvise esplosioni di sangue e scontri tra corpi, degli aggressori o degli aggrediti, resi mostruosi dalla cattività. Con incursioni incongrue di Harleen Quinzel in transizione verso l’identità di Harley Quinn, ora giovane donna sedotta e soggiogata da Joker, ora sua complice, ora motore della coppia, a spronare e incitare alla rivolta la parte passiva, inerte, rassegnata di Arthur. Succede poco, però il film è costantemente tenuto in tensione verso un qualcosa che da un momento all’altro potrebbe deflagrare (ma non succederà, frustrando lo spettatore che si aspetta un racconto simile al primo capitolo). Una strategia da parte di Todd Phillips non facile da decifrare, forse dettata da una pulsione (inconscia?) a punire e depotenziare il suo personaggio, a sottrargli quell’aura mitica, epica, eroica che aveva fatto la fortuna del primo film. In definitiva ad annichilirlo. Altrettanto difficile da decifrare è il ricorso al registro del musical, assai annunciato in fase di promozione e che invece si rivela secondario. Così come è sottoutilizzata Lady Gaga che, anche in forza del suo divismo, avrebbe dovuto imprimere un segno decisivo e resta sostanzialmente estranea al nucleo del film. Gli inserti di numeri musicali (alcuni meravigliosi, benissimo cantati da lei e volonterosamente da lui, con scenografie e coreografie perfette, con il repêchage di un repertorio canoro vertiginoso che va dagli standard dei musical alla Minnelli a Brel, Bee Gees, Bacharach) scivolano sul corpo vulnerato di Arthur/Joker senza mai stabilire un contatto fisico. Senza mai farsi corpo del film, limitandosi a essere tutt’al più una dimensione onirico-delirante, una proiezione in chiave di possibile romance a due di una storia che resta invece inesorabilmente, e nonostante Harley Quinn, una discesa agli inferi in solitaria di Arthur. Finale che lascia balenare un possibile terzo capitolo. Subito dopo la proiezione a Venezia ho dato 6 e mezzo, poi 6. Ma da allora il film di Phillips è cresciuto nella mia memoria e oggi porto a 7 il mio voto. Intanto, buona visione. Folie à deux sarà nei cinema italiani dal 2 ottobre.
Nota 1: presidente di giuria era la regista argentina Lucrecia Martel che si lanciò in una furibonda polemica nei confronti di Roman Polanski, in concorso con il suo gran film sul caso Dreyfuss L’ufficiale e la spia.

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