L’accusa (Les Choses Humaines) di Yvan Attal, 2021. Rai 5, ore 23:05, domenica 20 ottobre 2024.
Con Charlotte Gainsbourg, Pierre Arditi, Mathieu Kassowitz, Ben Attal, Suzanne Jouannet, Audrey Dana, Benjamin Lavernhe, Judith Chemla. Tratto dal romanzo Les Choses Humaines di Karine Tuil.



Il courtroom drama, il film da aula giudiziaria, sta vivendo da qualche anno un’impetuosa fase di risveglio in Francia. Saint-Omer di Alice Diop, il meraviglioso Il caso Goldman di Cédric Kahn, il recente e ancora in circolazione La misura del dubbio di e con Daniel Auteil, l’assai premiato, a partire dalla palma d’oro a Cannes, Anatomia di una caduta di Justine Triet sono le tappe della rinascita del genere nell’Exagone (se avete un sinonimo di Francia migliore di questo, che non sia l’improponibile Oltr’alpe, segnalatemelo. Grazie).
Ma il nuovo corso è partito nel 2021, con la presentazione alla Mostra di Venezia fuori concorso di questo L’accusa, in originale, e molto meglio, Les Choses Humaines, Le cose umane. Tratto da un bestseller di Karine Tuil, diretto da Yvan Attal, interpretato da Charlotte Gainsbourg che di lui è la moglie e da Ben Attal che della coppia è il figlio, il film gira intorno a un tema ultrasensibile che il buonsenso sconsiglierebbe a chiunque di trattare al cinema (e non solo), lo stupro. Il regista, anzi l’intera famiglia Attal, non si tira indietro e si assume tutti i rischi dell’impresa. Perché, come qui, quando si deve raccontare della violenza su una donna, di una vittima che accusa e di un accusato che nega il fatto, come si deve procedere nella mise-en-scène e nella costruzione drammaturgica? Come evitare il voyeurismo? Soprattutto: da che parte bisogna stare? E se si sospende il giuidizio e si sceglie la strategia dell’equidistanza tra le parti, non si rischia ancora una volta di colpevolizzare la vittima, la donna-vittima, anziché l’aggressore? Al contrario: se immediatamente, e di default, ci si pone dalla parte dell’accusatrice non si rischia di alimentare quello che alcuni studiosi chiamano il paradigma vittimario? Ovvero quel costrutto teorico-intellettuale che tende nella nostra cultura attuale a assolutizzare il ruolo della vittima, a conferirle un primato morale che rende dik fatto impossibile ogni confronto, ogni messa in dubbio, ogni discussione.
L’accusa va visto, più che per i suoi meriti cinematografici e formali che non vanno oltre la diligente e buona, anche buonissima, medietà, per come si muove tra tanti ostacoli discorsivi e argomentativi, innescando una suspense che, più che con la domanda “cosa è è successo davvero?”, ha a che fare con il modo in cui la macchina-cinema allestita da Yvan Attal costruisce acrobaticamente la sua narrazione cercando di evitare la caduta nel vuoto e la propria distruzione.
I Farel sono un’affluente e influente (ex) famiglia dell’intellighentsja parigina. Lui, Jean, giornalista televisivo consacrato e di gran successo, lei, Claire, autrice di saggi femministi assai radicali. Alexandre, il loro figlio, è appena tornato dagli Stati Uniti, dove si è trasferito per motivi di studio, per una celebrazione in onore di papà. Conosce una sera Mila, figlia del nuovo compagno di mamma, ormai separata di fatto da Jean: insieme decideranno di andare a una festa di ex allievi di un liceo, amzi del liceo d’eccellenza di Parigi, l’Henry-IV. La mattina dopo Alexandre viene arrestato: Mila lo ha denunciato per stupro.
È trauma collettivo che rischia di disgregare ogni equilibrio familiare, dell’accusato e dell’accusatrice. Sarà il processo, come in tanto cinema da aula giudiziaria, a ricostruire, o almeno a tentare di farlo, cosa sia successo quella sera dopo la festa tra ex compagni di scuola. Attraverso le deposizioni e le testimonianze emergono i frammenti fattuali, i plurimi e spesso divergenti punti di vista, si scontrano le opinioni, si scontrano la pubblica accusa e la difesa. Ed è, soprattutto, la versione di Mila contro quella di Alexandre. Innescando un andamento drammaturgico spiraliforme via via convergente verso il nucleo della vicenda. Non si può naturalmente dire di piu. Se non che Attal, pur non dimostrando la finezza di scrittura (e di regia) di Triet in Anatomia di una caduta, né l’audacia formale di Alice Diop in Saint-Omer, riesce a agganciare lo sopettatore fino all’ultima scena. Ricordo un lungo appluso dopo la proiezione a Venezia. Eppure, quando il film è uscito in Italia, pochi sono corsi a vederlo. Vale la pena recuperarlo, anche perché, tra i buoni motivi per non perderselo, c’è Charlotte Gainsbourg – è Claire, la madre intellettuale e femminista, e dunque dilaniata, di Alexandre – attrice elegante, capace come poche di ombre e e penombre. Ma L’accusa è anche, sottilmente e a un suo secondo strato, un confronto tutto interno alla cultura israelita francese: se la famiglia di Alexandre, Jean e Claire incarna un ebraismo laicizzato, almeno in apparenza del tutto assimilato, Mila, allevata dalla madre nell’ortodossia religiosa e dei valori, incarna invece un ebraismo profondamente identitario. Realtà che, nel film, faticano a confrontarsi e a dialogare.
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