LA STANZA ACCANTO, un film di Pedro Almodóvar: recensione. Il fine vita secondo Pedro

La stanza accanto (The Room Next Door) di Pedro Almodóvar. Con Tilda Swinton, Julianne Moore, John Turturro, Raul Arevalo, Alessandro Nivola, Alvise Rigo. Concorso. Voto tra il 7 e l’8
Recensione scritta dopo la proiezione allo scorso Festival di Venezia: La stanza accanto avrebbe poi vinto il Leone d’oro.
Il primo film lungo di Almodóvar girato in inglese dopo due corti che a questo punto dobbiamo considerare un test a tutti gli effetti (il primo da Cocteau con Tilda Swinton, il secondo un gay-western con Pedro Pascal e Ethan Hawke). In effetti nel volo transoceanico qualcosa si perde, ma forse era questo film che aveva bisogno di essere depurato di ogni facile almodovarismo spagnoleggiante (le vecchie canzoni, il vecchio cinema popolar-nazionale, la zarzuela, gli umori e le accensioni, il sesso diffuso, un  certo anticlericalismo iberico) per concentrarsi sull’oggetto al centro del discorso. Ovvero la morte. Anzi, secondo il linguaggio mellifluo di oggi, la (o il?) fine-vita. Non solo cinema, anche, soprattutto, un manuale su come si muore o si può morire o come sceglie di morire oggi la classe agiata nell’opulento Occidente. Discorso di solito escluso dai discorsi, tutt’al più esorcizzato o affrontato in forma (inutilmente, pateticamente) dolcificata. Almodóvar ha coraggio, l’ha sempre avuto, e qui va dritto al cuore della questione senza esitare.
Una scrittrice, Ingrid (omaggio del regista a Ingrid Bergman che intravediamo in un’affiche di Viaggio in Italia?), ritrova dopo molti anni un’amica, Martha, già reporter di guerra, adesso ricoverata per cancro al terzo stadio in ospedale, sottoposta a chemioterapie e cure sperimentali che l’hanno spossata. L’amicizia si rinnova e la malata non esita a chiedere a Ingrid quello che altre sue amiche hanno rifiutato: di starle vicino nella “stanza accanto” della casa in cui sceglierà di morire. Meglio, di darsi la morte con una pillola letale che ha già comprato sul dark web. Dopo qualche esitazione, Ingrid accetta. Come luogo dell’addio viene individuata una casa nel bosco, di architettura razionalista, vicino alla mitica Woodstock. Nell’accordo è compreso che Martha non comunicherà all’amica quando deciderà di ingerire la pillola, Ingrid lo capirà a cose fatta da un segnale: la porta (rossa) chiusa della camera della malata.
Il film è, nella sua precisione, una guida su come morire, su come controllare la propria morte senza lasciarla nella mani di quella cosa che chiamiamo destino o dell’usura naturale del nostro corpo. O dell’intervento altrui. Vi si dicono –  Martha dice – parecchie cose acute e necessarie su cui vale la pena riflettere. Come il suo scagliarsi contro l’attuale eroicizzazione del malato di cancro chiamato, obbligato, a diventare un combattente contro quel nemico interno. Con la nefasta conseguenza che “chi muore, chi viene sconfitto dal male viene considerato un vigliacco o un inetto che non ha saputo combattere”. Martha, per spiegare la sua scelta, dice di voler morire “clean and dry”, pulita e asciutta, non umiliata da un corpo degradato e corrotto tra umori fetidi. Ma, viene da chiedersi, al di là di ogni dibattito e controversia sulla eutanasia, non sarà questo voler controllare la propria fine un altro, l’ennesimo, atto di hybris della nostra cultura? Non sarà un coltivare l’illusione che siamo sempre padroni di noi stessi? Decisori ultimi del nostro destino? Per non dire dell’inquietante efficientismo da manager di Martha nel programmare-organizzare la propria dipartita. Ecco, di fronte a simili questioni tutto il resto del film scompare. Anche perché nel frattempo Almodóvar ha già eliminato ogni traccia di piacioneria o di ogni suo accattivante manierismo. Che resta tutt’al più nei colori prepotenti dei vestiti, degli arredi (ed è un aspetto di Almodóvar che non mi ha mai granché interessato, figuriamoci qui).
Il film nella sua prima parte è ineccepibile, compatto, trasparente, affilato, “clean and dry”, poi nella seconda si trascina con qualche scena non necessaria. Cosa mai aggiunge il personaggio dell’ex di entrambe interpretato da Turturro? Anche più inutili le scene di Ingrid in palestra, promozione internazionale del beefcake italiano Alvise Rigo che vi interpreta il personal trainer. Il regista un tempo ribelle e iconoclasta entra (non da oggi peraltro) nella classicità con un cinema assestato, riconoscibile, senza la minima sorpresa formale. In un’ora e qualcosa The Room Next Door sarebbe stato perfetto, così lo è solo un po’ meno. Duetto Swinton-Moore com’era prevedibile di alto livello. Un vero graffio da vecchio Almodóvar però c’è: quella coppia di monaci carmelitani gay a Baghdad (li vediamo in un flashback della reporter di guerra Martha). Carmelitani gay a Baghdad: solo Almodóvar poteva pensarci.

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