PICCOLE COSE COME QUESTE, un film di Tim Mielants: recensione. Ci voleva Bresson

Piccole cose come queste (Small These Like These), un film di Tim Mielants. Con Cillian Murphy, Emily Watson, Eileen Walsh, Michelle Fairy.
Il Male è al lavoro sotto la quiete apparente di un villaggio irlandese. Mentre un giusto cerca di salvare almenoo una vita. Ci sarebbe voluto Bresson per riscattare un film così. Invece il tedio domina.
Ripubblico la recensione scritta lo scorso febbraio, dopo la proiezione alla Berlinale come film di apertura del festival. Emily Watson avrebbe poi vinto il premio per la migliore performance da non protagonista.

Ultima Berlinale della gestione bicefala Carlo Chatrian-Mariëtte Rissenbeek. Il primo (italiano) direttore artistico, la seconda (tedesca) direttore esecutivo. Ci son state polemiche, sembra, da parte di chi invocava altre direzioni e un altro formato per il festival. Sicchè dall’edizione 2025 il boss torna a essere unico, anzi unica, l’americana Tricia Tuttle, già direttore – direttora? direttrice? – di plurime  edizione del London Film Festival, rassegna molto solida e amata dal pubblico anche se non paragionabile per status a Cannes, Venezia, Berlino. Le voci e i sussurri qui asseriscono che la prossima Berlinale sarà meno ardita di quella che abbiamo conosciuto nelle ultime edizioni, meno radicalmente proiettata su un cinema colto-e-alto, di ricerca, d’autore, di sperimentazione, invece con venature più mainstream. Stiamo a vedere.
Intanto si è aperta questa edizione numero 74 (i festival invecchiano, hanno le rughe anche se lifting e makeup miracolosi le mascherano) con un medio film  ufficialmente irlandese, ma come al solito di produzione internazionale (i soldi nel cinema come in infiniti altri campi produttivi e finanziari corrono e varcano o aggirano le frontiere e se ne fregano delle bandiere e delle identità nazionali), con al centro Cillian Murphy, forte candidato all’Oscar prossimo come migliore attore per Oppenheimer. E dev’essere stato questo, credo, una delle ragioni per scegliere Small Things like These – Piccole cose come queste – quale opening. Forse ha anche contato he tra i produttori comparissero Matt Damon, puntualmente venuto qui da bravo ragazzo qual è a sostenere il film, e Ben Affleck, pronti come altre star a spendere la loro popolarità e un po’ di dollari per la causa del cinema arthouse. Che non significa in automatico buon cinema, Piccole cose come queste ne è la dimostrazione lampante. Ambientazione fosca e lugubre (il che, intendiamoci, non è una colpa), regia che esibisce vistosamente la propria ambizione arty, tema, anzi come si dice oggi nella lingua dei millennial, contents di sociale profondità miranti a indignare e smuovere la coscienza dello spettatore. Purtroppo il risultato è men che modesto. Un film che va in cerca di sé stesso senza mai trovarsi e soprattutto, limite più grave, senza mai chiarire allo spettatore se non nelle obbligate spieghe finali quale sia la posta (narrativa) in gioco. Siamo in Irlanda, in un villaggio in tempi che potrebbero essere gli anni Settanta. Protagonista è difatti un carbonaio, mestiere nel frattempo scomparso dal nostro mondo ecologicamente corretto, che rifornisce le famiglie e le piccole imprese del posto di quel combustibile ultrainquinante adesso bandito da un’Europa pulita e ossessionata dalla rivoluzione energetica. È il carbone a dare la tinta caliginosa, scura, pesante, oleosa al film, a saturarne di fumo, polveri e tossine l’atmosfera. È un brav’uomo il protagonista Billy, difatti ha la faccia da eterno innocente di Cillian Murphy, un indefesso lavoratore con una famiglia tutta femminile che è la sua consolazione ma che non ce la fa a lenire le memorie di un’infanzia complicata, madre abusata e padre abusante. Sembra inizialmente di essere in Ken Loach, ma Small Things Like These vira velocemente verso un altro cinema. Già, ma quale? Emergono dietro il controllo sociale ferreo e l’apparente compattezza della comunità locale segni di malessere e sopraffazione. Chi ha visto a loro tempo Magdalene e Philomena capirà subito che dentro quel convitto per ragazze complicate retto dalla severa e inquietante madre superiora (una Emily Watson stratosferica, vera forza di un film altrimenti debole, cui basta un’occhiata per incutere soggezione e paura) c’è la violenza. Di cui il buon samaritano Billy e l’unico ad accorgersi, fino a prendersi cura di una ragazza devastata dal rigore delle monache e dal bullismo delle compagne. Nei momenti migliori, o che sembrano tali, si pensa a Robert Bresson (il male al villaggio, come in Mouchette o nel Diario di un curato di campagna), mentre la figura di Billy si staglia come quella del giusto che si fa carico dei peccati del mondo per redimerlo o salvare almeno una vita. Purtroppo il film di Tim Mielants non si riscatta mai dalla solita denuncia dei misfatti cattolici, ormai una convenzione, un cliché, un genere, né dai facili toni melodrammatici (quei flashback sull’infanzia derelitta del protagonista), soprattutto non riesce a costruire una narrazione avvincente. Il tedio domina, il messaggio esplode fin troppo esplicito e si divora il film distruggendo ogni possibile sfumatura, Cillian Murphy non ce la fa mai, ma non è colpa sua, a rendere interessante il proprio personaggio. Mi dicono che Small Things like These derivi da un libro di Clairee Keegan, rinomata scrittrice dalle molte e autorevoli collaborazioni (pure con il New Yorker), autrice di quel Foster da cui qualche anno fa è stato tratto un film di ottimo successo arthouse soprattutto nell’anglosfera, The Quiet Girl. Non un capolavoro, ma certo meglio di questo. Sì, ci sarebbe voluto un Bresson per riscattare Small Things like These, per enuclearne il senso del Male e la possibile redenzione, ma dove trovarlo oggi?

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