Berlinale 2025. DAS LICHT (La luce) di Tom Tykwer: recensione del film di apertura. Il tramonto dell’Europa

Das Lich (La luce) di Tom Tykwer. Con Lars Eidinger, Nicolette Krebitz, Tal Al-Deen, Elke Biesendorfer, Julius Gause, Elyas Eldridge. Berlinale Special. 162′
Una quasi inguardabile mistura di temi e forme-cinema che ambisce a farsi ritratto della decadente Germania anzi Europa di oggi. Oltretutto sadicamente dilatata fino alle due ore e tre quarti. Eppure questo film extralarge del Tom Tykwer di Lola corre e Babylon Berlin al di là della sua grevità e confusione alla fine un qualche graffio lo lascia: soprattutto quando prende a bersaglio quel ring, quel campo di battaglia continua cui si è spesso ridotta la famiglia oggi. Voto 5+
Due ore e quarantadue di teutonica grevità dove si mescolano la sci-fi in versione new age-neopensiero magico, la denuncia politica delle asimmetrie tra Occidentre ricco e nevrotico e paesi svantaggiati, l’indignazione per un mondo, il nostro, che sempre più sembra aver smarrito ogni senso del proprio essere e del proprio destino. Tuto questo e molto altro ancora servito nei modi del feuilleton a più trame e incastri e intrighi. Da questo torrenziale Das Licht, ovvero La luce (intesa anche come illuminazione supernaturale), si evince come il regista Tom Tykwer – che firmò in tempi ormai lontani Lola corre e Il profumo, e che più recentemente si è dedicato alla messa a punto dei primi episodi di Babylon Berlin, la serie tedesca di maggior impatto di sempre – non sia un auteur nel modo in cui lo intende la critica francese, se mai un professionista del fabbricare cinema secondo la tradizione soprattutto hollywowodiana. Dotato di una marcata consapevolezza della messinscena, in controllo assoluto della macchina registica. Purtroppo però di quelli che venivano chiamati grandi artigiani di Hollywood non ha il senso della misura e dell’equilibrio, esagerando in rutilanti barocchismi, in effettismi e scene madri e climax abbondantemente spalmati, vellicando lo spettatore con trovate narrative e stilistiche assai esteriori. E però alla fine di un film imbarazzante, confuso, indigesto per eccesso di temi, forme e lingue cinematografiche (si passa da piatto realismo seriale uso piattaforma al fantastico, all’animazione, perfino al musical e alla realtà virtuale), bisogna ammettere che tra tanti colpi a vuotoi ce n’è qualcuno che va a segno.
Si parte secondo uno schema drammaturgico multifocale, piste apparentemente divergenti e irrelate ma che intuiamo essere sotterraneamente comunicanti, a comporre un disegno (forse) tracciato dal destino o da un’entità superiore. Lo schema, per capirci, dei vecchi film della coppia Iñarritu-Arriaga come AmoresPerros e Babel. Qualcosa di minaccioso accadrà ben presto in questo ecosistema narrativo lanciando scporie in ogni sua parte. Finché tutto convergerà a Berlino, in un meraviglioso palazzo residenziale sopravvissuto chissà come alle bombe e alla battaglia sovietica per la conquista della città alla fine della WW2. I singoli personaggi che fino a quel momento avevamo visto incapsulati ciascuno nella propria bolla si rivelano essere invece i componenti di una famiglia borghese, gli Engels, cui si aggiunge la colf polacca. Milena e Tim sono il padre e la madre, lui uomo-marketing di gran successo e ottimi guadagni, lei si occupa di investimenti equi e solidali in Africa finanziati dal governo tedesco. Una coppia affluente, con due figli gemelli di 17 anni, Jon, autorecluso nella sua camera a ingaggiare battaglie virtuali in rete, e Frieda, nomade da un rave all’altro, da una sostanza all’altra, occhiaie profonde, anoressia evidente, ambientalista radicale (una figura che ripropone in forma rammodernata e engagé un archetipo femminile dell’immaginario tedesco secondo Novecento, la Christiane F, ragazza distrutta e interrotta dello Zoo di Berlino). Un altro trauma, stavolta tutto interno a casa Engles, spezzerà i già precari equilibri, portyndo al punto di esplosione i conflitti latenti. Intanto, un altro personaggio prende spazio nella narrazione, quello di Farrah, una rifugiata siriana con alle spalle un trauma mai superato. Ed è anche per evitare i fantasmi che la assediuano che si affida a una pratica neomagica attraverso uno lampada a luce pulsante in grado di catapure  chi la usa in un universo altro, sul confine tra vita e oltrevita. Sarà lei, spinta dal caso, a entrare stabilmente nella famiglia Engels come nuova domestica-badante-governante tuttofare. Un arrivo che segnerà una svolta per quel microcosmo in preda al disordine.
Come s’è commentato a fine proiezione, e come anche già scritto in qualche recensione, si ha la sensazione di ritrovarsi in uno strano ibrido che mescola il pasoliniano Teorema (l’ospite che sconvolge e ricombina le relazioni tra i personaggi) con il disneyano Mary Poppins. Perché Farrah osserva, interviene, sistema, lascia dietro di sé un insieme di vite inesorabilmente diverse da quello trovate al suo arrivo.
Non ha il tocco lieve, Tom Tykwer. Che non si risparmia, accumula, massimalizza, con l’ambizione evidente di coistruire un apologo sulla Germania di oggi anzi sull’Europa. Anzi su quello che chiamiamo Occidente, sul suo imputridimento, sul suo collasso etico, sul suo rapporto disturbato e contorto con quelli che Franz Fanon chinmava i dannati della terra (si potrà ancora dire?), incarnati qui nei rifugiati siriani e nelle nuove generazioni africane. perfettamente in linea con i sensi di colpa postcoloniali che turbano la coscienza del nostro continente e i suoi spesso maldestri tentativi di espiazione. Das Licht ritrae il nostro vivere qui e ora, la nostra alienazione da benessere di massa, la nostra degenerazione antropologica da cui solo gli altri-da.noi potranno salvarci. Di qual del Meditterano abitano i mostri, al di là gli Angeli, i messaggeri del bene. Il che è francamente irricevibile e fa di Das Licht un film grottescamente manicheo, semplificatorio oltre ogni ragionevolezza. Tom Tykwer nella sua invettuiva procede con un furore degno di miglior causa, creando un cinema turgido, predic atorio, moraleggiante, gonfio di retorica e cliché, scatenandosi in magniloquenze registiche e in pseudoavanguardismi come mescolare i generi e i formati secondo le mode oggi imperversanti. Tanto, troppo, oltretutto dilatato fino alle due ore e tre quarti. Eppure a Twiker vanno rinconosciuti il vigore con cui “porta avanti il suo discorso” si sarebbe detto negli anni Settanta e una rabbia abbastanza rari nel sentire mainstream diu oggi. E l’attacco alla famiglia, meglio a quella cosa informe, a quel groviglio di conflitti e risentimenti reciproci sui tanto spesso (ma non sempre) la famiglia si è ridotta in Occidente, lascia il segno. Sgomenti assistiamo agli scontri cruenti nemmeno più mascherati dal bon ton sociale tra marito e moglie, agli inganni reciproci, ai tradimenti solo apparentemente accettati, alle nevrosi speculari, alle inutili terapie di coppia, a un rapporto uomo-donna ridotto a guerra continua senza pietà, senza pause, niente vincitori e solo vinti. E non è che la nuova generazione incarnata dai gemelli Jon e Frieda ne esca meglio. Si resta scossi, perché negli Engels c’è qualcosa di tutti noi. Vedere Das Licht è anche un guardarci allo specchio e non è una bella visione. Attori ottimi, su tutti Lars Eidinger, star del cinema tedesco più engagé.

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