Berlinale 2025. LIVING THE LAND, un film di Huo Meng: recensione. La Cina profonda prima del boom

Living the Land (Sheng Xi Zhi Di), , un film di Huo Meng. Concorso. Con Wang Shang, Zhang Yanrong, Zhang Chuwen. Concorso. 132′
Un film rurale che riecheggia pietre miliari del genere come La terra di Dovženko e L’albero degli zoccoli di Olmi. Siamo nei primi anni ’90, in un villaggio della Cina ormai alle soglie dello sviluppo economico che la cambierà radicalmente. I riti delle stagioni e della natura, i matrimoni e i funerali, il lavoro e le feste: il tutto rappresentato senza scadere nel bozzettismo e nella nostalgia di un’Arcadia peraltro mai esistita. Piuttosto, sguardo trasparente, osservativo, più da cinema etnografico che narrativo. Un film onesto che potrebbe trovare posto nel Palmarès. Voto 7+

China, anno 1991. Siamo in un minuscolo vilaggio nella regione di Henan, la preptente in dustrializzazione che scovolgerà il paese e lo porterà al livello di superpotenza non solo economica è alle porte. Qualcuno dalla campagna che fa da sfondo e contenitore dei personaggi del film, e essa stesso personaggio, è già emigrato verso le fabbriche di Shenzen.Come i genitori di Chang, il ragazzino di dieci anni che è perno e punto di convergenza e inrtesezion tra le varie storie che vediamo passare sullo schermo. Affidato alla assai vecchia e intelligente nonna, alla zia, alla cura dei vicini,Chang guarda, impara, a suo modo giudica e sceglie.Il suo sguiardo è spesso ma non del tutto concidente con quello del regosta, il quale avvicina il suo materiale narrativo (e visivo) con partecipazione ma senza cadute sentimentaliste o facili nostalgie. Piuttosto applicando un approccio più da cinema etnografio che strettamente narrativo.
Il rischio del bozzettismo, del mondo (presunto) naturale delle campagne trasformato in cartolineria di tramonti, orizzonti sconfinati, campi di grano ondeggianti al vento non viene del tutto evitato, almeno nella parte iniziale. Perché poi il film si affranca e irrobustisce, si fa più acuminato, e scevro da ogni tentazione oleografica. I modelli sono evidenti: da La terra di Dovženko fino a L’albero degli zoccoli e Novecento (gli stessi di Vermiglio, che ha qualche affinità con Living the Land). Personaggi disegnati volutamente senza troppa profondità, approccio mai banalmente psicologistico: più che a costruire una drammaturgia attraverso le varie sottotrame il regista Huo Meng cerca di illustrare un mondo, di redigere un film-saggio antropologico attraverso ambenti e figure a loro modo esemplari. Non si avverte mai un forte marchio autoriale. Huo Meng non è Jia Zhangke, si mette piuttosto al servizio di ciò e di chi intende raccontare senza farsi notare troppo. E non è detto sia un limite, perché ne risulta un film trasparente, onesto, forse senza picchi ma di un’intensità costante e pudicamente trattenuta. Man mano emergono, al di là dell’apparente vita pacificata del villaggio, fratture e contraddizioni interne. Questa non è un’arcadia, ma un microcosmo che sta scomparendo e collassando in silenzio e nella lontananza dalla storia. Pur non essendo di esplicita denuncia (si sono visti ai vari festival venire dalla Cina film ben più duri, critici verso il presente e verso gli anni più oscuri del maoismo), Living the Land ci mostra come la presenza del partito fosse asfissiante in quel tempo anche nei più remoti dei villaggi, come il controllo fosse occhiuto, ramificato e pervasivo fino a condizionare le sfere più intime delle persone, il loro destino e le loro scelte. Come in questo genere di cinema ci sono le canoniche scene di matrimonio e funerale, di scuola e di lavoro nei campi, di raccolto e di mietitura, di semplici feste rurali. Ma anche qui non si occultano le contraddizoni e le molte ombre. Come quelle nozze tristissime cui è costretta una ragazza dopo che il mite maestro di scuola di cui era innamorata è stato trasferito altrove: lei portata via dal villaggio in un furgone, assalita all’arrivo dal marito e dalla baanda di amici suoi. Altro che arcadia felice. Un film che potrebbe trovare un posto nel palmarès e farsi poi largo nel circuito arthouse di Europa e America.

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