Berlinale 2025. BLUE MOON, un film di Richard Linklater: recensione. L’ultima notte di whisky e fumo

Blue Moon di Richard Linklater. Screenplay di Robert Kaplow. Con Ethan Hawke, Bobby Cannavale, Andrew Scott, Margaret Qualley.
Possibile Orso d’oro. Torna a Berlino Richard Linklater con un film di conversazione (e musica di sottofondo al piano come in Casablanca), che mette al centro Lorenz Hart, l’autore di testi di canzoni come Blue Moon e My Funny Valentine. Un uomo di sublime eleganza e dandistica amarezza e autodistruttività di cui il film cerca di restituire il mondo interiore attraverso dialoghi che sono, più che uno scambio, un flusso di coscienza. Tra volute di fumo e troppi whisky. Un piccolo grande film. Voto 7/8

Richard Linklater

Ce la farà Richard Linklater a vincere l’Orso che avrebbe già meritato nel 2014 per Boyhood e che invece andò inaspettatamente al cinese Fuochi d’artificio in pieno giorno? Se Boyhood era un film smisurato, girato lungo una decina d’anni a seguire il crescere e anche l’invecchiare dei suoi attori e personaggi, fino a diventare uno delle opere di cinema più radicali e seminali del Terzo Millennio, questo si presenta invece come un film compresso, raccontato nel tempo reale di 100 minuti, chiuso nello stesso interno a parte la sequenza iniziale, l’unica outdoor. Ma Linklater ci ha abituato allo svariare vertiginoso tra i generi, i formati, i linguaggi, i tempi e gli spazi cinematografici, componendo un opus sbalorditivo per eclettismo e nello tesso tempo per rigore e coerenza. Blue Moon sembra a prima vista un titolo minore, è invece l’ennesimo gioco anzi scommessa del suo autore con la macchina cinema. Vinta di nuovo. Film di parola, di conversazione, esattamente come già Linklater aveva fatto nella trilogia Before (da cui riprende qui il protagonista nonché suo attore feticcio Ethan Hawke). Parola che detta il ritmo e il procedere del racconto, lo guida e lo determina, anche se la mdp si prende i suoi momenti di autonomia creando immagini e visioni che dal dominio della parola riescono a emanciparsi. Ma se in Before a vincere e fare da marca di ricnoscimento era il walking-talking – l’incessante discorrere dei personaggi in lunghi piani sequenza al fine di intercettare, simulare, ricreare la realtà, dunque parola come medium a rendere possibile l’impasto di narrazione e vita – in Blue Moon la parola è volutamente ricercata, costruita, teatralmente o letteriariamente modulata e rifinita. Quella parola conversativa di alta nobiltà che entre deux guerres brillò su schermo, su palcoscenici, su pagine, in certi cenacoli intellettuali, quello stile che fu detto witty, battute fulminanti, ironia feroce e inesorabile su di sé e gli altri e il mondo: una parola lubitschiana o cukoriana o alla Dorothy Parker o alla Evelyn Waugh, pronunciata spesso con un bicchiere di whisky in mano tra volute di fumo e in abiti lunghi e luccicanti per lei e rigoroso black tie per lui. Ecco, Blue Moon ci reimmerge in quel mondo, lo resuscita sotto i nostri occhi ed è uno spettacolo divertente, amaro, perfino commovente. Lo fa mettendo in scena una notte nella vita di Lorenz Hart, il paroliere di Blue Moon, di My Funny Valentine, di The Lady is a Tramp, standard di inarrivabile bellezza in cui, se il testo era suo, la musica era del genio Richard Rodgers.
Hart lo vediamo qui la sera del 31 marzo 1943 (tempo di guerra), a New York, alla prima a teatro di Oklahoma! musicato da Rodgers ma che ai testi non vede più Hart e invece, e sarà la prima volta di una proficua collaborazione, Oscar Hammersmith. Fatica a nascondere la stizza e la delusione, Hart (americanizzazione del cognome yiddisch Herz). Lascia la sala agli applausi finali e si rifugia da Sardi, bar-ristorante lì vicino e comincia a bere il primo di una lunghissima serie di whisky serviti dall’amico barista, oltre che complice e spalla conversativa, Eddie (Bobby Cannavale: i suoi duetti con Ethan Hawke/Hart sono per sapienza nell’alternaza di vuoti e pieni, nei sussurri e nelle pause, pura musica per gli spettatori-ascoltatori). Parla e parla, Hart. Sparla dei suoi rivali, dei nuovi emergenti, di Rodgers che gli ha preferito Hammersmith, parla di sé come di un uomo a metà, non risolto, sospeso tra eterosessualità e bisessualità, ma forse più omosessuale che non vuole definirsi tale. Demolisce con perfidia una celebrity dopo l’altra, sparge parecchio veleno, non nasconde di sé certi lati poco commendevoli, l’invidia, l’autoindulgenza. E beve, mentre un pianista, alla maniera di Casablanca, suona Blue Moon, il suo Blue Mopon, e un repertorio senza fine di classici. Entrano ed escono di scena altri personaggi: uno scrittore disilluso, lo stesso Richard Rodgers reduce dal trionfo a teatro e che promette ad Hart di richiamarlo per una nuova collaborazione, entra in scena soprattutto la ricca, meravigliosa e intelligente protégée di Hart, Elizabeth Weiland (una strepitosa al solito Margaret Qualley), che lui vorrebbe introdurre nel giro dello spettacolo. Il dialogo tra di loro sul finire della serata è il vertice emotivo del film, il momento in cui due malinconie si rispecchiano e si confrontano (ed è al carteggio tra la Wieland e Hart che lo sceneggiatore di Blue Moon, Robert Kaplow, si è ispirato). Finirà con  la ripresa della scena che abbiamo visto all’inizio e di cui tutto il film è un prequel, un altro dei Before linklateriani. Di più meglio non dire. Intanto preparatevi a vederlo per quando arriverà in Italia, si spera abbastanza presto (certo un premo alla Berlinale aiuterebbe). Ethan Hawke formidabile e quasi irriconoscibile per come si mediocrizza e qualunquizza nell’aspetto fisico, già da mettere nella lista dei possibili Oscar 2026.

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