Purtroppo non ha vinto il film migliore, Kontinental ’25 di Radu Jude, cui però è andato il riconoscimento per la migliore sceneggiatura. Ed è già qualcosa, tenendo conto di quanto abissalmente lontano sia per sensibilità, temperamento e idea cinema il presidente di giuria, il regista americano Todd Haynes, dal rumeno Jude. Che oltretutto un Orso d’oro l’ha già vinto nel 2021 e si sa che ai festival i bis sono assai rari. Vince così, non del tutto inaspettatamente, Drømmer, Sogni, del norvegese Dag Johan Haugerud, dato da molti tra i favoriti. E Berlino mette il suo sigillo su quello che è stato uno degli autori rivelazione dell’ultimo anno, anzi la rivelazione, anche se dei tre suoi film visti in questi mesi Drømmer è forse il meno convincente. Ma analizziamo da vicino l’Orso e gli altri vincitori: scorrendo la lista direi che il tocco di Todd Haynes è più che avvertibile.
La giuria composta da Todd Hayens (presidente), Nabil Ayouch, Fan Bingbing, Bina Daigeler, Rodrigo Moreno, Amu Nicholson e Martia Schrader ha così assegnato i premi della Berlinale edizione 75:
ORSO D’ORO al migliore film
Drømmer (Sogni) di Dag Johan Haugerud – Norvegia
Dall’anonimato alla fama con tanto di Orso d’oro vinto, il tutto in dodici mesi esatti. Una success story folgorante. L’ascesa del norvegese Dag Johan Haugerud, fino a quel momento pressoché sconosciuto anche ai cinefili più accaniti, comincia proprio alla Berlinale nel febbraio del 2024, quando fuori concorso viene presentato il suo Sex, ed è un successo esplosivo di pubblico che lo adotta immediatamente (ricordo il tutto esaurito e grandi risate e applausi a una proiezione domenicale all’Haus der Festspiele). Mentre una certa parte di critica, quella che segue solo il concorso e non si degna di mettere il piede fuori (troppa fatica?), non se ne accorge quasi.
Si capì che un autore era nato, dotato di un’impronta assai personale anche se con evidenti debiti a maestri del passato: cinema di conversazione, introspettivo fino al tormento, all’autoflagellazione, cavilloso, con molto Rohmer dentro e anche, inevitabilmente, tanto Ingmar Bergman, ma con una leggerezza, un disincanto, anche un’ironia da urban comedy. Di lì a qualche mese ecco che Haugerud rispunta a Venezia, stavolta messo giustamente in concorso (complimenti ai selezionatori), con Love. Che viene proiettato se ricordo bene come ultimo titolo della competizione, con molti già partiti e a giochi per il Leone probabilmente già fatti. Una collocazione scellerata e, per la Mostra, autolesionista. Love ottiene anche al Lido un successo compatto di pubblico e stavolta una certa parte di recensori si sveglia e prende nota. Peccato che la giuria non gli abbia trovato uno slot nel palmarès: un’occasione persa per mettere il marchio di Venezia su un autore e consacrarlo. Intanto si scopre che Sex e Love sono parte di una trilogia, di cui ancora non è stato rivelato il terzo episodio del quale però si annuncia il titolo: Drømmer, Sogni. E si arriva a questa Berlinale con la presentazione-ostensione di Sogni e all’Orso di stasera. Meritato? Sì, ma solo se si considera l’intera trilogia. Perché il paradosso è che Haugerud ottiene questo riconoscimento con il meno riuscito dei tre. Non un film sbagliato, solo meno smagliante e perfetto (nella scrittura, nel ritmo, nel sapiente dosaggio di rovesciamenti e svolte narrative, nella capacità di cogliere lo Zeigeist lo e vivisezionarlo) di Sex e Love, soprattutto di quest’ultimo, vertice della trilogia. Va bene lo stesso, non è il caso di arricciare il naso. Oltretutto Drømmer osa sottoporre a critica, con molta grazia peraltro, il neopuritanesimo wokista che negli ultimi anni ha fortemente condizionato il clima culturale. Ma ci sono errori di sceneggiatura clamorosi o forse solo ingenui (per dire: la nonna cui la ragazza protagonista confida il suo segreto va subito a riferirlo a chi non dovrebbe), la parte finale è troppo contorta e rischia più volte l’inverosimiglianza. Tanto che a me, che avevo amato senza riserve Sex e Love, è venuto qualche serio dubbio su quale sia la statura reale di Haugerud.
Orso d’argento Gan premio della giuria
O último azul (The Blue Trail) di Gabriel Mascaro – Brasile
Entrato subito nella rosa dei favoriti. Applausi del pubblico, sì convinto da buona parte della critica. E però, a ripensarci bene a distanza di una decina di giorni dalla visione, L’ultimo azzurro sembra fin troppo astuto e programmato per piacere. Troppo levigato, troppo poco disturbante. Ambirebbe a essere un film engagé e spietatamente critico, rischia di essere solo un feel good movie (niente di male, intendiamoci). Siamo nella solita distopia vicina, in un Brasile che decide di mandare in speciali “colonie di riposo” tutti i cittadini oltre la soglia dei 75 anni. Una deportazione mascherata da caritatevole welfare. Idea già vista e rivista. Ugo Tognazzi interpretò e diresse, erano gli anni Settanta, un film analogo scritto da Umberto Simonetta: si chiamava I viaggiatori della sera, era durissimo, quello sì disturbante e non ebbe il minimo successo. Qualche anno fa a Cannes a Un certain regard è spuntato il giapponese Plan 75 sullo stesso tema. Il brasiliano Gabriel Mascaro (fu Venezia a scoprirlo una decina di anni fa) non aggiunge granché a quanto già raccontato da altri. Ci mette di suo uno spirito tropicalista assai vivace e molti colori e languori e sensualismi, prende una di quelle attrici straordinarie che ogni tanto saltanto fuori nel cinema latinoamericano e poi finiscone dritte nelle nomination all’Oscar, vedi Fernanda Torres, Fernanda Montenegro, Paulina Garcia: stavolta la formidabile attrice si chiama Denise Weinberg, cui Mascaro cuce addosso un film destinato al gradimento globale. Weinberg è Tereza, vispa e intelligente settantasettenne che non ha nessuna intenzione di farsi mettere nei lager per anziani decisi dal governo. E incomincia la sua avventura, meglio, la sua fuga. In un road movie in cui però le strade stavolta sono vie d’acqua, immagino amazzoniche. Che al cinema vengono sempre benissimo, da Herzog in giù. Il film è Tereza, ma sono anche i personaggi, ora bastardi ora angelici, che lei incrocia nelle sue corse sui fiumi. Film liquido, con – come già nei precedenti lavori di Mascaro – derive lisergiche sur- e subreali. Molto gradevole. Ma sarà davvero grande cinema? Si rivede, con qualche anno in più ma sempre in forma il sex symbol del cinema brasiliano Rodrigo Santoro.
Orso d’argento Premio della giuria
El Mensaje (The Message) di Iván Fund – Argentina
La vera sorpresa del palmarès. Davvero questo premio non se l’aspettava nessuno. Un film liquidato perlopiù come “non è da concorso”. In effetti, sembra più un’opera prima magari promettente, ma ancora incerta, fragile, evanescente, di difficile decifrazione, da parte di un autore ancora in cerca di sé stesso. Invece a questo Il messaggio venuto dall’Argentina è andato nientemeno che il premio della giuria.
Un uomo, una donna e la loro figlia ragazzina girano il paese, la sua provincia profonda e spesso rurale, con un camper che fa loro da casa. Nomadi a modo loro, gente on the road. Con la peculiarità che la figlia ragazzina si dichiara in grado di potere comunicare con gli animali, di intercettare i loro pensieri e sentimenti: degli animali vivi, ma anche di quelli che stanno oltre la linea della vita. Il film è la cronaca dei giorni di questa strana famiglia, dei clienti, della varia umanità che si rivolge alla ragazzina-medium in cerca di conforto per la perdita o la malattia del loro pet (in spagnolo se ho ben capito si dice mascota). Chi sono davvero? Il padre e la madre sono dei cialtroni che sfruttano il presunto dono della bambina per fare soldi? La madre è, infatti, la manager, la cercaclienti, il padre quello che incassa e conta. Tutto in bianco e nero. Ma la forza del Messaggio, quello che lo rende interessante, è che il regista non punta l’indice accusatorio sulla famiglia, invece la osserva e la racconta con distacco, senza indignazione, senza mostrificare nessuno, perfino con un certo rispetto. Sparge ambiguità, sospende il giudizio, semina in noi spettatori il dubbio e questo conferisce a Il messaggio una sua speciale aura. Poi, certo, si tratta di un film radicalmente antinarrativo dove non c’è storia e neanche la voglia c di costruirne una. Non c’è progressione, uno sviluppo. Ogni giorno è uguale all’altro. Un film circolare, come bloccato in un loop. Ipnotico. Comunque fuori norma e audace. E allora sì, va bene il premio. I festival sono fatti anche per scommettere sul nuovo. Nella famiglia anomala di questo film argentino si rivede qualcosa di Affari di famiglia di Kore-eda, Palma d’oro a Cannes, con quel suo clan parentale e non solo parentale al limite della legalità eppure a suo modo unito da legami autentici, vivificato da veri affetti.
Orso d’argento al miglior regista
Huo Meng per Sheng xi xhi di (Living the Land) – Cina
Primo film del comncorso a essere proiettarto e subito entrato tra i possibili vincitori. Come ho già scritto nella mia recensione, un affresco nella Cina rurale del ’91, alla vigilia della grande modernizzazione e del balzo economico. Un cinema terso, pudico, rispettoso dei suoi personaggi, più etnografico che narrativo. Forse meritava qualcosa di più del premio per la migliore regia.
Orso d’argento per la migliore interpretazione
Rose Byrne in If I Had Legs I’d Kick You di Maria Bronstein – Usa
Premio meritato. Rose Byrne è il lato migliore di un film ultra-indie americano prodotto dai fratelli Safdie, con tutti i manierisni e i vezzi di quel cinema tra Sundance e SXSW festival di Austin. Frenetico, Parlatissimo, anzi urlato. Sempre sull’orlo della crisi di nervi esattamente come la sua protagonista, una donna interrotta, sola, con una figlia malato o forse no. Forse la figlia non esiste, come forse non è reale quel buco che si è aperto sul soffitto e l’ha costretta a rifugiarsi in un motel. Non si capisce se siamo in un film su una donna depressa e troppo stressata e bersagliata dalla vita oppure in un film su una follia, su una mente devastata dalla psicosi, tipo per intenderci Repulsion di Polanski o Images di Altman. Film greve, survoltato, cui è molto difficile volere bene. Però Rose Byrne ci si butta con un coraggio, un’energia ammirevoli.
Orso d’argento per la migliore interpretazione non protagonista
Andrew Scott in Blue Moon di Richard Linklater – Usa
Anche Andrew Scott come Haugerud corona con questo premio un periodo d’oro, prima il film All of Us Strangers – Estranei di Andrew Haigh, poi la serie Ripley. Adesso è in Blue Moon di Linklater nella parte del musicista Richard Rodgers, messo a confronto con il suo ex paroliere Lorenz Hart dilaniato dalla frustrazione e dal senso di fallimento (Rodgers per la prima volta è ricorso per il suo nuovo musical a un altro autore di testi). Andrew Scott è sorridente, suadente, felpato e soavemente carogna: ottima performance.
Orso d’argento per la migliore sceneggiatura
Radu Jude per Kontinental ’25 di Radu Jude – Romania
Come ho già scrtto sopra e nella recensione di qualche ora fa, Kontinental ’25 è il migliore del concorso, dunque vincitore morale di questa Berlinale. Un altro capitolo della commedia umana e opera-mondo che Radu Jude sta via via costruendo con un’energia travolgente.
Orso d’argento “Oustanding Artistic Contribution” (per il rilevante contributo artistico)
All’ensemble creativo di La Tour de Glace (The Icy Tower) di Lucile Hadzihalilovic – Francia
Non s’è mai capito bene cosa sia questo premio per una “Outstanding Artistic Contribution”. Diciamo che serve per dare un riconoscimento a un film piaciuto a qualche giurato ma non in grado di raccogliere un consenso esteso. Di solito lo si dà per un contributo tecnico, ad esempio fotografia o montaggio, stavolta misteriosamente va a un “ensemble” (cioè a tutti): così è detto nella comunicazione ufficiale del palmarès. Uno dei quei film imperfetti, non del tutto riusciti ma con dentro un’idea di cinema non trascurabile che hanno contrassegnato il concorso di questa edizione. Liquidato da molti comer pretenzioso, insostenibile e lambiccato, La torre di ghiaccio credo invece che col tempo crescerà. Uno di quei film francesi che piacciono molto ai critici francesi e poco agli altri e che poi finiscono nella top ten (francesi) di fine anno. Info: la regista Lucile Hadzihalilovic è la moglie (lo si potrà dire o suona sminuente?) di Gaspar Noé, qui attore in un ruolo collaterale. Va detto però che il suo cinema non ha niente a che vedere con quello del consorto, si situa in un altro universo linguistico, formale, stilistico. La torre di ghiaccio è uno di quei “pezzi” di cinema quasi impossibili da descrivere o recensire, perché impalpabili, cangianti, sfuggenti. Comunque di ambizioni altissime. Qui si gioca su diversi e fin troppi piani: il mito, la fiaba, la finzione, la vita, la vita che si fa finzione e viceversa. E poi l’incontro-scontro tra diva affermata ma in declino e la ragazza emergente, sicché ecco Viale del tramonto, Eva contro Eva, ma anche riferimenti alle dive-vampiro che si nutrono di fresche energie, al dualismo fusionale tutto femminile di Persona di Bergman. Un miscuglio che in qualche momento funziona, spesso per niente. Incongruenze tante, a minare un racconto che non si fa mai coerente. E però come ha scritto il mio amico EDN, un film mesmerico. Che ti penetra nel cervello, ti avvolge, ti sconcerta.
Si gira in una località montana un film sulla Regina delle nevi, chiusa nella sua torre. Ma il vero spettacolo è quello che sta fuori e oltre la scena, il gioco in cui si fatica a capire quali siano i ruoli, chi sia la vincente e la soccombente, se la star (Mation Cotillard: perfetta) o la sua fan che attraverso quell’adorazione cerca sé stessa.Echi di infinite altre storie. Suggestioni. Fantasmi. Incantesimi. Non male. Da rivedere. Immagino molto apprezzato da Todd Haynes.