Rieccoci al festival dei festival. Sia detto e scritto con il massimo rispetto per Venezia e Berlino (à propos de Venice: ieri al supermercato Carrefour a due passi dal Palais ho intravisto – ci passano tutti prima o poi – il dominus del Lido Alberto Barbera, eccezionalmente ma non troppo in partibus infidelium). Da dove cominciare le cronachette NCL di quest’anno? Partiamo dai film, ché quello è il core business mica altro.
Stavolta nel concorso, ma anche in altre sezioni come Cannes Première, la densità di nomi già consacrati, magari con Palma aurea in curriculum, è un filo al di sotto della media. Ci sono gli immancabili – veri simboli della fedeltà al festivàl – fratelli belgi Dardenne, vincitori di due, forse tre edizioni (dovrei controllare gli annali, adesso però non ho tempo), c’è un altro veterano cannense come Wes Anderson con l’ennesimo dei suoi lavori in bidimensionale stile stloryboard, La trama fenicia, peraltro in uscita nei cinema italiani pressoché in contemporanea con la Croisette, torna Julia Ducournau già miracolata vincitrice con Titane, torna pure il glorioso e dissidente iraniano Jafar Panahi. Invece molti nomi promossi per la prima volta nella compétition o, se non proprio absolute beginners, ancora in grado di sorprenderci e spiazzarci, come (è stato aggiunto last minute) il cinese Bi Gan, specializzato in vertiginosi piani sequenza – anche di tre quarti d’ora – e in rompicapo narrattivi da Lynch estremo-orientale. Uno da cui parecchio ci si aspetta. Insomma, come cantava Gaber della Chiesa, il festivalone si rinnova. O almeno ci prova, pur senza tradire sé stesso e i propri consolidati rituali da Conclave del cinema. Qualche scommessa in più, quote ridotte per l’usato sicuro (scusate la volgarità della locuzione), perfino come titolo d’apertura una a me sconosciuta Amélie Bonnin al suo primo film (cosa mai successa, a memoria mia: c’è da dire che la scelta del titolo inaugurale sottostà a un accordo con i potenti distributori francesi secondo il quale il prescelto dev’essere il giorno dopo proiettabile nelle sale dell’Exagone e aree francofone varie). In conf. stampa di presentazione il direttore artistico o come diavolo vien definito Thierry Frémaux ne aveva parlato come qualcosa di analogo all’incantevole On connaît la chanson di Alain Resnais (in Italia Parole parole parole), quindi ci si aspetta un musicalino con parecchie pop song transalpine: stiamo a vedere e sentire. Stasera il disvelamento subito dopo l derimoinia di apertura.
Prima di chiudere (per ora) il discorso sui titoli in corsa per il palmarès, elenco veloce di quelli da me più attesi. Che sono Resurrection del suddetto Bi Gan, Eddington di Ari Aster, Sirat di Oliver Laxe (attore-autore galiziano, già protagonista di un mio personale culto firmato Ben Rivers, The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers, dov’era un turista europeo rapito da certi ceffi in Nord Africa e esibito nei mercati e nelle fiere come un orso danzante e con la lingua mozzata, nonché regista di un bellissimo O que arde – tema incendi e varie piromanie – vincitore qui a Cannes di un premio a qualche Un certain regard fa). E, proseguendo con i miei più desiderati: Nouvelle Vague di Richard Linklater (riuscirà finalmente a incassare un riconoscimento importante?), Woman and Child dell’iraniano Saeed Roustaee (rivelatosi qui un tre anni fa con il magnifico Leila e i suoi fratelli). Mentre avrei fatto volentieri a meno di Valeur Sentimentale del sopravvalutato norvegese Joachim Trier e di The History of Sound dell’insipido sudafricano Olivier Hermanus. Dimenticavo quello che vorrei impalmato subito e a prescindere: il bielorusso-ucraino Sergei Loznitsa, documentarista supremo delle infamie storico-politiche del Novecento centro e est-europeo, stavolta di nuovo a Cannes, e in concorso, con un film di finzione ma sempre affondato nella Storia tragica del secolo breve, Two Prosecutors.
Qualche parola sul sempre tremendo sistema di prenotazione online. Il lamento al riguardo, che si tratti di Cannes o di Venezia, è ormai un genere paraletterario che inonda i social, quindi non vorrei insisterci troppo. Dico solo che alle 7 del mattino si deve essere pronti a digitare su tutti i dispositivi possibili per réserver i film di quattro giorni dopo (sicché si è cominciato venerdì scorso in vista dei primi film in programma oggi, martedì 13). Peccato che dopo cinque secondi – no, non esagero: cinque secondi – i titoli più appetibili sono già full o complet (dipende dalla lingua selezionata: trovo complet, in francese, un po’ meno brutale). Questo, almeno, per chi come me ha un badge stampa di colore blu. Gli aristocratici della press festivaliera, quelli con il bianco e il rosa , di sicuro quei problemi non li hanno giacché si ritrovano davanti un’autostrada digitale spianata e libera, mentre ai blu e peggio ancora ai gialli, che stanno un gradino sotto, tocca aspettare due o tre giorni per un posto libero ai titoli più ambiti, magari costretti per vederli a andare a casa di Dio, ovvero al bellissimo ma scomodo multisala Cinéum oltre La Bocca. Ma per carità, Cannes non crede alle lacrime, bisogna essere contenti e allegri ringraziando per essere stati accreditati. (Poi vabbè, non potendo prenotare i film del concorso al primo e nemmeno al secondo tentativo si finisce col prendere quello che capita – Quinzaine, Semaine o Acid -, magari cose di autori sconosciuti venuti come papa Francesco “dalla fine del mondo”: tutte penotazioni-civetta destinate a essere annullate qualora si rendesse disponibile qualcosa di più importante nella stessa fascia oraria).
Dalla terrasse sulla Croisette della Sala stampa al momento è tutto. Alle 3 si comincia: preapertura con la copia restaurata di La febbre dell’oro di Charlie Chaplin in occasione del centenario della prima proiezione. Preapertura di solito semivuota, a parte l’anno scorso che si mostrava dopo un secolo la versione ritrovata e completa del Napoléon di Abel Gance, un evento vero. Eppure anche per La febbre dell’oro biglietti digitali irraggiungibili per due giorni. Parafrasando il finale di Chinatown: che ci vuoi fare, è Cannes, .
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