Two Prosecurors (Due porocuratori) di Segei Loznitsa. Con Aleksandr Kuznetsov, Alexander Filippenko, Anatoli Beliy, Andris Keišs, Vytautas Kaniušonis. Concorso.
Il regista ucraino Sergei Loznitsa stavolta abbandona la forma-documentario e imbastisce un film di finzione. Ma sempre con l’obiettivo di fare luce sui peggio misfatti del Novecento. Siamo nel 1937 in Unione sovietica, all’apice delle purghe staliniane. Attraverso l’indagine di un giovane e onesto procuratore Loznitsa ci mostra dall’interno le meccaniche del totalitarismo. E le sue vittime. Cinema grande e necessario. Ma temo che anche stavolta Loznitsa se ne uscirà da Cannes senza premi (spero di essere smentito). Voto 9
Film enorme: segnatevelo, per quando (speriamo) arriverà nelle sale italiane. Quarto lungometraggio di finzione – ma sempre mantenendosi fedele alla sua vocazione di scrutatore del reale e della Storia – di Segei Loznitsa, ucraino di nascita bielorussa che ha firmato documentari imprescindibili sulle peggio infamie del Novecento dalla parti del centro e est Europa. Documentari che hanno reinventato la stessa lingua del genere, se di genere possiamo parlare a proposito del cinéma ddu réel, ricorrendo alla iterazione ipnotica delle immagini, a un andamentoi lento e maestoso in grado di restiituire il senso del Male al lavoro. Si pensi a uno dei suoi titoli più famosi ispirato a un libro di Winfried Sebald, Storia naturale della distruzione. E si pensi, ancora, al docu sui funerali di Stalin, a quelli sulla strage nazista di Babij Jar e sui processi staliniani ai presunti traditori della patria socialista forzatamente rei confessi. A quegli anni di ferro torna anche stavolta con Two Prosecutor.
Siamo nella Russia del 1937, all’acme delle grandi purghe ordinate da Stalin e volte a spazzare via ogni traccia di dissenso, vero o solo sospetto e potenziale. Una caccia degradatasi ben presto in macchina paranoica di cui chiunque poteva cadere vittima. Ispirandosi al racconto di un sopravvissuto di quegli anni finito in galera ma uscitone miracolosamente vivo, lo scienziato Georgy Demidov, Loznitsa imbastisce un film dove l’alto tasso di stilizzazione (camera fissa e frontale, sguardi, posture e movimenti del corpo orchestrati come nelle sue più ipnotiche sequenze dolcumentaristiche, interni ed esterni ricostruiti o ritrovati con precisione maniacale) si unisce all’impegno, alla denuncia necessaria (eppure oltre a lui non sono tanti a praticarla: si preferisce omettere, dimenticare) di quegli orrori. Un film-teorema, teso a dimostrare l’impossibilità dei regimi totalitari a riscattarsi dalla propria vocazione alla pratica dell’annientamento. Con al centro la figura di un procuratore giovane e appena eletto alla carica che crede ancora alla Rivoluzione, al bolscevismo, alla rifondazione sociale e nazionale operata da Lenin, e che pagherà cara questa sua illusione.
Succede che, per una strana concatenazione di eventi che riesce a eludere le maglie della censura, la denuncia di uomo gettato in una delle tante celle del sistema finisca nelle mani di un nuovo e onesto procuratore, Alexander Korev. Il quale, nonostante gli ostacoli frapposti dal direttore del carcere (siamo nella regione di Bansk), riesce a incontrare il prigioniero: apprendendo da lui come da tempo la locale NKVD, la polizia segreta, arresti e incarceri arbitrariamente migliaia di persone e pratichi torture al fine di estorcere false confessioni. Cui segue puntualmente la condanna a morte. Korev si fa carico della denuncia e decide di andare a Mosca per chiedere al procuratore generalo dello stato Andrej Januar’evič Vyšinskij di intervenire e fare piazza pulita di quella cellula deviata e ripristinare l’ordine e la legalità. Non sa, l’ingenuo Korev, che quella di Bansk non è una realtà locale sfuggita al controllo centrale, ma che è parte integrante della macchina di sterminio estesa a tutta l’Unione sovietica, ordinata e messa a punto dallo stesso Stalin.
Meglio non dire di più, perché tra le molte qualità del film c’è anche quella di creare un tensione da thriller e di mantenerla fino all’ultima inquadratura. Certo il cuore di Two Prosecutors è politico e di impegno civile, è il coraggio, l’indignazione della denuncia dei crimini staliniani. Il che avrà fatto inorridire i critici che disdegnano ogni traccia di contenutismo, quelli per cui fare cinema è creare forme e immagini, non veicolare temi e messaggi. Eppure Loznitsa è anche un solido inventore di cinema, da sempre, e lo dimostra anche qui per l’ennesima volta. Non c’è il minimo cedimento stilistico in questo film, compatto e omogeneo anche visivamente, dove messa in quadro e messa in scena sono di un’accuratezza filologica che si potrebbe dire viscontiana. Dove anche gli ambienti, le scenografia, i costumi si fanno dato narrativo, così come le posture, i corpi: si veda la mirabile sequenza del viaggio in treno verso la capitale, con quelle facce che, come in Fellini, da sole evocano mondi e pezzi di vita (e di Russia). Ma a Loznitsa interessa anche, soprattutto, indagare i meccanismi del totalitarismo, capire e restituire in cinema come il terrore di stato possa estendersi capillarmente e insinuarsi in ogni singolo individuo della massa infinita di sudditi-schiavi. In Two Prosecutors avverti fisicamente la minaccia, la senti, la respiri, ne percepisci l’odore. E quei gesti, quegli sguardi feroci degli sgherri, quel loro parlare per allusioni, quelle sinistre caserme e galere, quelle porte di ferro che si chiudono a separare i liberi dai reclusi, i vivi dai morituri finiscono col disegnare un sistema mostruoso e di mostri. Sarà benale dirlo, ma nel giovane onesto procuratore inghiottito dalla macchina burocratico-criminale sovietica si ritrova il Kafka più duro e lucido, ad esempio quello del Castello. Ma ho trovato anche inaspettate analogie con certo Sciascia e con il cinema che da Sciascia è stato ricavato. In fondo, il procuratore Akexander Korev è assai simile nella sua cieca fiducia al personaggio di Gian Maria Volonté in Ciascuno il suo di Elio Petri Che si illude di poter combattere la collusione tra mafia, magistratura e politica e finisce col perdere la partita.
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