Sirāt di Oliver Laxe. Con Iade Oukid, Sergi Lopez, Joshua L. Henderson, Bruno Nunez, Stefania Gadda. Concorso.
Un padre alla ricerca della figlia scomparsa. Un viaggio allucinato nel deserto profondo, verso il nulla. Tra Conrad e deliri lisergici, un film altamente concettuale e insieme corporale, denso di richiami al cinema classico avventuroso. Tra i migliori finora di un concorso non esaltante. Voto 8 e mezzo

Per tre quarti un grandissimo film. Che frana poi nella ricerca di un qualche finale e di un qualche senso, senza peraltro trovarli. Eppure, al di là dei suoi limiti di struttura, Sirāt resta a oggi una delle cose più potenti viste nel concorso (di non eccelso valore) di Cannes numero 78 (al primo posto della mia classifica metto Two Prosecutors di Loznitsa, a seguire il deragliatissimo, rabbioso Eddington di Ari Aster, ex equo per l’appunto con Sirāt).
Se solo il parigino (di nascita) di radici galiziano-spagnole Laxe avesse dismesso il suo rifiuto a una soluzione non dico più tradizionale ma almeno più narrativa, meno astratta, meno elusiva, meno inficiata da una visione programmaticamente nichilista e dall’adesione a certi modelli indie-antagonisti, avremmo avuto un capolavoro. Che invece è solo sfiorato.
Cineasta ancora giovane (43 anni), Laxe ha alle spalle una carriera assai coerente, decollata con Mimosas, film vincitore a Cannes 2016 alla Semaine de la Critique. Ci sono delle costanti, dei ricorsi, in tutti i suoi lavori e c’è un universo-feticcio, il deserto del Marocco del profondo Sud verso la Mauritania e ai confini con il Sahara algerino: un immenso set e un paesaggio della psiche, in cui Laxe colloca di volta in volta viaggi estremi (del corpo e dell’anima), alterazioni esistenziali, scontri e tentativi di dialogo (perlopiù falliti) tra cultura europea e culture locali (quella araba, quella berbera, quella dei nomadi Tuareg). Dunque un’area di enorme interesse – basta dare un’occhiata alle cronache e agli equilibri e squilibri geopolitici in atto – da lui tematizzata però non in chiave esplicitamente politica e sociale, se mai antropologica, di osservazione della “guerra d’attrito” tra Nord e Sud del mondo. Succedeva in Mimosas (una carovana riporta un vecchio attraverso le montagne dell’Atlante dalla sua famiglia), succedeva nell’allucinato The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers di Ben Rivers, tratto da Paul Bowles, dove Laxe appariva com attore (nel ruolo di un ragazzo occidentale rapito da una banda nel Nord Africa per essere rivenduto come schiavo-clown danzante), succede puntualmente ed esemplarmente in questo Sirāt. Che, veniamo avvertiti in apertura, nella cultura islamica sta per la strada sottile che separa il Cielo dall’Inferno. Per capirci di più ho attivato ChatGPT ed ecco la risposta: “Nella teologia islamica, al-Sirāṭ è anche il ponte sottilissimo che ogni anima dovrà attraversare nel Giorno del Giudizio per raggiungere il Paradiso. È descritto come più sottile di un capello e più tagliente di una spada. I giusti lo attraversano in sicurezza, mentre i malvagi cadono nell’Inferno”. Un’anticipazione in forma di parabola di quello che vedremo.
Si comincia con le scene da un rave. Solita musica techno martellante. Corpi che si agitano e si mescolano in un sabba post-punk in una location di strabiliante bellezza ai limiti del Sahara. Distinguiamo alcune facce e corpi che poi ritroveremo in corso di narrazione. Vediamo anche un uomo (un eccellente Sergi Lopez) con un ragazzino sui dieci anni che visibilmente nulla c’entrano con quel mondo sballato. Si aggira tra i raver mostrando la foto di una ragazza: sua figlia, scomparsa dalla Spagna mesi prima dopo aver detto di voler raggiungere il Marocco per una festa grandiosa. La speranza del padre è di ritrovarla qui, ma lei non c’è. Intanto apprendiamo che in Marocco (e anche altrove?) è in corso una rivolta sedata dall’esercito e dalle forze di sicurezza. Siamo in una delle tante distopie proposte dal cinema recente? Se lo è, ricorda se mai quella assai simbolica e “proiettiva” del Silenzio di Bergman, carri armati là fuori a suggerire minaccia e caos e violenza mentre negli interni si consumava la crisi esistenziale di due sorelle. Anche una strategia da parte di Laxe per dirci che il suo film non intende mimare pedissequemante la realtà né tantomeno l’attualità, se mai tracciare una geografia psichica e visionaria. Quando i soldati arrivano al rave degli strafattoni e ingabbiano gli europei per – si immagina – deportarli ed espellerli, un gruppo riesce a scappare con i propri variopinti van. Luis, il padre in cerca della figlia perduta, decide di seguirli quando scopre che si addentreranno nel deserto per raggiungere un luogo misterioso dov’è in programma un altro rave, ancora più sfrenato di quello appena interrotto dai soldati. L’ultima chance, per Luis, di ritrovare la figlia.
Questo è l’antefatto o meglio l’innesco di un viaggio da delirio che sempre di più sembra la versione freak e punk e liosergica di quello celiniano al termine della notte o del Cuore di tenebra conradiano: un’avventura verso l’ignoto, verso il grado zero, lasciandosi alle spalle ogni traccia del mondo conosciuto.
Visivamente siamo – e chi mai l’avrebbe detto? – dalle parti di Mad Max, dell’intera saga post-atomica, post-apocalittica post-tutto di George Miller. Il deserto landa infinita e desolatissima, i van rugginosi e fumiganti che come bestioni preistorici si inoltrano in quei paesaggi di pietra, sabbia e precipizi. Gli uomini e le donne a bordo che davvero sembrano uscire da Fury Road, solo che qui gli arti mancanti, le mutilazioni, gli abbigliamenti fantasiosamente oltraggiosi, di un hippismo fuori tempo massimo e ormai disfatto e putrido, non sono una messa in scena, sono reali. Il leader che conduce la carovana nonostante la sua gamba mancante non è un attore, non lo è nemmeno il suo compagno d’avventura privo di una mano, lo stesso gli altri della crew, eccetto ovviamente Sergi Lopez “attore aggiunto”. Recitano tutti meravigliosamente forse perché non recitano e esibiscono quello che sono. E sono straordinari. Quella massa di freak sempre in preda a qualche sostanza è in realtà un gruppo fortemente unito e solidale che farà propria la disperata ricerca di Luis proteggendolo in ogni modo. E quando vediamo i van marciare maestosi e imsieme fragili lungo precipizi, scalare montagne, guadare fiumi non si può non pensare a Vite vendute di Clouzot e ancora di più al remake che ne fece William Friedkin, The Sorcerer. Si resta inchiodati alla poltrona, come non sucedeva più da tempo, come sucedeva con i classici del cinema avventuroso. Una magia squisitamente cinematografica che Oliver Laxe riesce a ricreare ed è già questo un miracolo. Ma i colpi di scena che si susseguono negli ultimi 30 minuti fanno sì sobbalzare per la tensione, ma non sembrano dettati da un disegno narrativo coerente. Laxe visibilmente non intende cedere alla tentazione del finale mélo o di un qualsiasi finale convenzionale. Apre molte piste, senza percorrerne nessuna precipitando il film in una sorta di abisso metafisico. Cupissimo, disperatissimo, Sirāt lascia lo spettatore con molte domande senza risposta e con la sensazione di aver vissuto un’esperienza cinematografica fuori dal comune. Gli si dia un premio, per favore.
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