Eddington di Ari Aster. Con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Emma Stone, Austin Butler, Luke Grimes. Concorso.
Un film impazzito, una satira feroce e cupa dell’America fratturata, MAGA e QAnonisti da una parte, wokisti dall’altra. E se i primi ne escono malissimo, neppure i secondi ci fanno una gran figura. Un film fuori da ogni bon ton che non è piaciuto quasi a nessuno. Eppure c’è bisogno oggi di un cinema come questo: indignato, deragliato, eccessivo, rabbioso, non accomodante. Viva Ari Aster. Voto 8
Spasmodicamento atteso per via del credito accumulato da Ari Aster con i suoi lavori precedenti. Ma non è andata bene per il 39enne regista di Albuquerque, NM. Certo, alla fine del press screening non si sono sentiti fischi, come succedeva ai festival fino a non troppi anni fa (adesso il dissenso è educatamente muto), però accoglienza gelida e imbarazzata. Applausi prossimi allo zero. Film divisivo, s’è scritto da qualche parte. Che tradotto dal critichese sta per: flop totale, senza appello. A me questo rigetto è spiaciuto parecchio. Vero, Eddington è vistosamente imperfetto, deragliato, fuorissimo di testa. Eppure Aster merita la stima per come ci prova – si ostina – a praticare un cinema non accomodante, non collusivo con il pubblico, non piacione verso i critici, in cui avverti l’urgenza, la rabbia, l’urlo.
Dopo il trionfo di Hereditary, dopo il parziale successo al box office di Midsommar, subito adottato come culto da legioni di cinefili, Aster ha impresso una svolta al suo lavoro decidendo di fregarsene di ogni compromesso, di uscire dalla gabbia. Così è nato Beau is Afraid, il suo Otto e mezzo, una miscela esplosiva di onirismi, stati alterati della mente, furore, surrealismi spiccioli e grevi ma anche incursioni sublimi nel mitologico-favolistico. Ombelicale, come no. Ma con dentro una forza tellurica oggi raramente riscontrabile nella gran parte del cinema da festival e non. Un flop clamoroso, unanimemente rigettato dal salottino globale dei recensori bon ton. Adesso Aster va perfino oltre Beau is Aftraid, oltre ogni buona educazione registica per darci un quadro dell’America fratturata, da una parte MAGA e QAnonisti dall’altra la woke culture: una sfida infernale in atto almeno dalla pandemia. Lo fa, Ari Aster, urlando, eliminando ogni rigore per scegliere il turgore, l’esagerazione, il caos della rappresentazione. E per mimare un’America ben oltre la linea di sicurezza trasforma la mdp in uno strumento altrettanto impazzito.

Ari Aster
Siamo in una piccola città del New Mexico, Eddington (che il protagonista Joaquin Phoenix trasforma biascicando in qualcosa tipo Edinkin). Ma è chiarissima l’intenzione di fare di quel buco dell’America la metafora dell’America tutta. Ci si avvia verso l’elezione del sindaco: lo sceriffo locale (Joaquin Phoenix), un tipo piuttosto popolare, vuole candidarsi e scalzare dal trono il primo cittadino in carica, il quale è tutt’altro che disposto a lasciargli spazio, convinto com’è di uscre vincitore dalle urne anche stavolta. Contrapposizione tra due uomini che è anche contrapposizione tra due inconciliabili visioni dell’America. Lo sceriffo incarna il popolo del MAGA e del delirio complottardo: siamo in pieno Covid, eppure ostentamente non porta la mscherina, non invita i concittadini a vaccinarsi anzi semina dubbi e paranoie da No Vax. Ama le armi, le maniere forti, l’ordine. Odia il suo antagonista, il sindaco assai più fighetto e liberal, anche con più uso di mondo, interpretato da un Pedro Pascal arrogante e antipatico. Intanto, non bastasse il Covid, scoppia pure il caso Floyd e dilaga il movimento Black Lives Matter. Che fa piombare anche Eddington nella protesta, coinvolgendo anche i rampolli white delle più agiate famiglie
Ora, da che parte sta Ari Aster? La satira nei confronti dello sceriffo e di quanto rappresenta è implacabile, ma anche i wokisti fighetti escono tutt0’altro che bene.
La cifra adottata da Aster è quella del grottesco e della satira greve, senza troppe sottgliezze anzi picchiando duro sugli opposti cretinismi. Nella prima parte, quella più virata in commedia, Aster mostra una sbalorditiva abilità nel gestire i movimenti della mdp, la messa in quadro, gli attori, organizzando magistralmente un crescendo di convulsioni e di isterie individuali e collettive. In certi momenti sembra di stare in un affresco altmaniano, con tutti quei corpi agitati, quelle facce, e le voci sovrapposte. Da quanto tempo non si vedeva un autore in grado di tenere sotto controllo una macchina cinema di tale complessità? Forse solo Paul Thomas Anderson riesce oggi in un’impresa simile (e, certo, Scorsese). Poi il film si impenna, si capovolge, deraglia, finisce fuori strada. Comincia a scorrere il sangue. Tutto si inabissa nella follia, pure il film. Sarà un massacro, con la discesa in campo, nell’ombra, di un infallibile tiratore che non si capisce chi sia, da che parte stian e con chi ce l’abbia. Finisce con gli spettatori mesti, perplessi o arrabbiati (senza darlo troppo a vedere). Quanto a me: non posso dire di avere amato Eddington, però onore a un regista che non si arrende, non si tira indietro, ha ancora voglia di indignarsi e usare la mdp come un’arma contundente.