O Agente Secreto (L’agente segreto) di Kleber Mendonça Filho. Con Wagner Moura, Maria Fernanda Candido, Carlos Fancisco, Gabriel Leone, Udo Kier. Concorso.
Come il connazionale Salles di Io sono ancora qui, anche Kleber Mendonça Filho racconta il Brasile ai tempo della dittatura. La minaccia che incombe, il terrore diffuso. Visivamente potente, ma narrativamente irrisolto. Attenzione: possibile Palma. Voto 7+
Come in I m’still here di Walter Salles, gran successo arthouse lanciato da Venezia e arrivato a Oscar e Golden Globes, anche in L’agente segreto siamo – con la regia stavolta però di Kleber Mendonça Filho, di una generazione di cineasti successiva a quella di Salles – nel Brasile degli anni bui della dittatura. Più precisamente nel 1977. Ma l’approccio del regista di Aquarius e Bacurau, entrambi presentati a Cannes qualche edizione fa (il primo nel 2016, il sesecondo nel 2019), il modo di raccontare il “regime dei gorilla” e restituirlo in cinema, è assai lontano da quello, intimo e privato, e solidamente tradizionale, adottato da Salles. Mendonça Filho è più contempraneo, nel senso di allineato a stili e gusti correnti, nel suo ibridare cinema colto, alto e “politico” con quello di genere, soprattutto horror (un vezzo ormai dilagante). Rifugge dalla linearità narrativa per muoversi su più livelli di racconto e temporali, con ampie digressioni e divagazioni che vanno a complessificare il già non così leggibile plot principale. E però che potere evocativo, che fantasmagoria visiva e capacità di creare forme e immagini.
L’ambizione è quella, mi pare, più che di realizzare un affresco preciso e di taglio militante degli anni della dittatura, di ricreare e trasmettere il clima cupo di minaccia, la violenza diffusa, il terrore come veleno quotidiano che tutto pervade e intossica. La prima sequenza, tra il grottesco e l’allucinato, funge da dichiarazione programmatica. Un cadavere lasciato a marcire sotto il sole nello spiazzo di una stazione di servzio, nelll’indifferenza di tutti, forze dell’ordine comprese, assalito da cani affamati e mosche anche più fameliche. Forse un criminale falciato da bande rivali. Forse un dissidente politico giustiziato daglii squadroni della morte. Intanto in tutto il paese impazza il Carnevale. E su quell’autostrada vediamo un uomo dirigersi verso il nord-est, a Recife (la città-feticcio del regista che da lì viene), dove troverà ospitalità e alloggio in una specie di comune di réfugé, resistenti, gente in fuga di cui sappiamo poco. Scopriremo che anche lui sta scappando da qualcuno che lo vuole morto. Chi? E perché? Intanto il regista apre finestre su altri micro e macrocosmi: maleodoranti, corrotti, ottusamente burocratici, violenti, popolati da carnefici e vittime. Sicari in azione. Bande di giustizieri che si sbarazzano degi oppositori. Uno squalo ripescato con in pancia una gamba (ed è, questo dell’arto tra le fauci del mostro, un elemento ricorrente lungo tutto il film a far da metafora: mentre in un vecchio cinema di Recife – nel 2023 Mendonça Filho aveva portato a Cannes un meraviglioso docu sulle vecchie sale brasiliane, Retratos Fantasmas – danno Lo squalo di Spielberg). C’è perfino una sequenza sugli orrori della Shoah, con al centro Udo Kier, attore-fétiche del regista.
Visivamente grandioso, rutilante e barocco, con una capacità di mettere in scena degna dei più abili latinoamericani, da Cuaron a Iñarritu. Eccessivo, sanguinolento. Assai lontano dal tradizionale cinema civile di denuncia. Peccato che i troppi elementi tematizzati non riescano ad amalgamarsi, peccato soprattutto che il segmento narrativo portante, quello del fuggitivo Marcelo, sia assai confuso e al limite del’incomprensibilità. Si parla di un arrogante imprenditore che lo vuole morto, ma la spiegazione fornita (se ho ben capito, una faccenda di ricerche universitarie che intralcianoo l’industria privata) è contorta e lambiccata. Neanche molto crediile. Si stenta a capire come un regista abile come Mendonça Filho si sia impantanato in un tale inverosimiglianza e non abbia trovato come movente qualcosa di più lineare. Oltetutto questa parte poco c’entra con la denuncia dei misfatti del regime, dei desaparecidos, delle torture e sembra venire da un altro film. O Agente Secreto (titolo fuorviante: non lo è il protagonista, tutt’al più potrebbe esserlo una signora che fornisce aiuto ai clandestini fuggitivi, che resta però una figura assai laterale nell’economia narrativa del film) è un eccellente prodotto la cui fattura impeccabile non riesce a correggere una struttura lacunosa. Però attenzione: c’è chi lo pronostica Palma d’oro.
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