Cannes 2025. I FAVORITI a poche ore dalla Palma d’oro

‘Sentimental Value’ di Joachim Trier

‘Romeria’ di Carla Simon

Chi vince? Mai come quest’anno pronostici contraddittorie e palm-watchers in evidente confusione. E ci mancava pure, a creare ulteriore smarrimento, il blackout che oggi, tra mattina e pomeriggio, ha bloccato Cannes, con solo il Palais funzionante grazie ai generatori. Quel che temo però – anche se come avverte Ian Fleming never say never – è che i film in cima alla mia personale classifica non si prenderanno niente. Intanto sono una valanga i titoli indicati come possibile Palma d’oro, segno che non ce n’è nessuno che si stacchi decisamente dagli altri. Il primo comunque è il preferito dalla critica anglosassasone, ovvero Sentimental Value del norvegese Joachim Trier. Che è da anni ormai autore rispettabile e riconosciuto, ma in my opinion non di altissimo status come oggi lo si vorrebbe invece far passare. Diciamo: un più che discreto epigono di Ingmar Bergman, fino alla devozione e al quasi-plagio rispetto a quel gigante. Valore sentimentale è buono, anzi buonissimo, diligente, intelligente, su due bergmaniane sorelle con interpreti magnifici (su tutti la ormai divina Renate Reinsve). ma mai appassionante e mai davvero memorabile. Però è di quei film che più che piacere a tutti non dispiacciono a nessuno, sucché potrebbe mettere d’accordo una giuria divisa. Seguono, tra i papabili, Nouvelle Vague di Richard Linklater, strapiaciuto a tutti, anche troppo, e Un simple accident dell’inossidabile iraniano Jafar Panahi (lo preferirei decisamente a Trier). Un titolo in prepotente ascesa negli ultimi giorni è lo spagnolo Romeria di Carla Simon, già vincitrice di un Orso d’oro alla Berlinale 2022. Romeria ancora una volta, dopo i due precedenti della regista, è fortemente auobiografico (chiamiamola autofiction), raccontando di una figlia in cerca delle tracce dei genitori – soprattutto del padre -, entrambi morti di Aids. Molto buono nella prima parte, si inabissa nella seconda quando fictionalizza con attori non proprio sublimi la storia di mamma e papà, con derive mélo abbastanza imbarazzanti. Però amato immensamente dai giovani spettatori e dai critici ragazzini che non faticano a identificarsi nella loro coetanea protagonista. Se dopo l’Orso Carla Simon si prende anche la Palma rischia di passare per la regista più sopravvalutata nella storia dei festival, insieme naturalmente a Julia Ducournau.
Ma c’è un nugolo di altri film che potrebbero ottenere il quorum nel “conclave” cannense. Dal bellissimo Sirat del galiziano-francese Olivier Laxe (una delle poche autentiche sorprese del concorso) al brasiliano O Agente Secreto di Kleber Mendonça Filho, quadro agghiacciante degli anni di dittatura, con strepitose invenzioni visive e una suspense da thriller, ma gravato da una narrativa confusa. E ancora: Sound of Falling della tedesca Mascha Schilinski, ambizioso e oscuro mosaico di varie storie femminile lungo il Novecento e primi anni Duemila, tutte ambientate in una “corte” contadina dell’Alta Sassonia. Pure questo visivamente sfolgorante, ma spesso indecifrabile nel suo racconto causa troppe ellissi e elisioni.
In coda metto i miei preferiti insieme a Sirat, vale a dire Two Prosecutors dell’ucraino Sergei Loznitsa – uno di quei rari film in grado di unire denuncia, in questo caso dei crimini staliniani, e altissima cura formale e senso dell’immagine – e il gran colpo di gong inferto a questo concorso, Resurrection del cinese Bi Gan. Un’opera fuori misura che ha la pretesa di raccontarci un secolo di cinema e insieme di storia cinese, in una messa in scena di stupefacente bellezza. E però troppo onirico, sfrenato, troppo lynchiano, troppo irregolare, troppo narcisista, troppo poco medio per piacere a una giuria. Magari un premio speciale, ecco.

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