L’Apollonide – Souvenirs de la maison close di Betrand Bonello (2011). Cielo, ore 21:15, venerdì 11 luglio 2025.

Occasione rara, questa di stasera, di vedere in tv un film di Bertrand Bonello, tra i cineasti francesi più radicali, coerenti, fuori dalla medietà, degli ultimi vent’anni. Tuttora scarsamente amato dalla critica dei salotti bon ton e dalle varie istituzioni cineculturali, benché abbia inanellato una serie di opere che hanno segnato il nostro guardare al grande schermo, e indicato tra fantastico, naturalismo, pulsionalità uno degli ultimi possibili modi di fare cinema e di crederci. Fa ancora rabbia pensare come il suo – al momento – ultimo film, La Bȇte, pesentato in concorso a Venezia nel 2023, ne sia vergognosamente uscito senza nemmeno un premio, una menzione, niente, assestandosi però nel frattempo tra i titoli più influenti della decade in numerose classifiche stilate in giro per il mondo.
La parola scandalo ha accompagnato spesso il cinema di Bertrand Bonello, autore attratto dalle zone oscure dell’inconscio individuale e collettivo, dalle rêverie a occhi aperti, dalle irregolarità sociali e esistenziali, dai linguaggi del corpo e dalle sue afasie e balbettii e distorsioni, dalle pratiche sessuali come detonatori e insieme maschere del desiderio. Esemplare, in questo senso (in questi sensi), è L’Apollonide, presentato a Cannes all’inizio degli anni Dieci e diventato presto un culto, ciroconfuso da una cert’aura di maledettismo. Il titolo rimanda al nome di un bordello di alta classe nella Parigi tra fine Ottocento e alba del nouveau siècle, e subito si pensa al de Maupassant di La maison Tellier e al film che ne trasse Ophuls, a Toulouse-Lautrec e alle sue donne.
Ma Bonello, pur capace di sofisticate messinscene, non cade nel peccato del formalismo e si inoltra se mai nel racconto dei corpi e delle anime di chi in quella casa ci lavora o ne è il frequentatore, mostrandoci il sesso nella sua riduzione a merce di scambio ineguale (ma non sempre, non necessariamente). E dunque storie delle prostitute, dalla neoarrivata dalla provincia alle più sperimentate. Un universo femminile a parte, schiavizzato dai contratti capestro stipulati dalle ragazze con la tenutaria (una formidabile Noémie Lvovsky, soave e minacciosa insieme), eppure rappresentato secondo infinite variazioni e modulazioni, tra rassegnazione, ribellioni, orgogli e umiliazioni e, qualche volta, fierezza di poter dominare (illusoriamente?) attraverso il corpo e la forza dell’attrazione erotica il mondo maschile (oggi: patriarcato). Tutto in interni claustrofobici, tra effluvii che sembrano trasudare dallo schermo, luci e penombre, opalescenze, e specchi a replicare all’infinito la stessa scena, a rimarcare l’illusorietà della fuga. Si piomba in un naturalismo-verismo tardo-ottocentesco riproposto però con consapevolezza tutta contemporanea, con distacco postmoderno, senza moralismi né indignazioni, se mai con uno sguardo antropologico di indagine più che di denuncia. Assolutamente da vedere, sperando che Cielo non vada giù di forbici e lo mandi in onda in condizioni dignitose. Nel gruppo delle ragazze ci sono attrici che faranno strada: Hafsia Herzi, Jasmine Trinca, Adèle Haenel, Céline Sallette. Memorabile e oltraggiosamente espressivo quel primo piano in cui Madame, la maîtresse, piange vischiose lacrime di sperma.
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