In sala. EL JOCKEY di Luis Ortega: recensione

El Jockey di Luis Ortega. Con Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho, Mariana Di Girolamo, Daniel Fanego, Osmar Núñez, Luis Ziembrowski. Voto 4 e mezzo
Al cinema dal 17 luglio 2025

Recensione scritta alla Mostra del cinema di Venezia 2024 dove El Jockey era in concorso.

L’affiche francese

Incomincia, questo El Jockey di Luis Ortega, come un crime truce-grottesco alla Tarantino anzi alla Guy Ritchie, svolta in una specie di Fassbinder da sala di tango (siamo in Argentina), si intorcina in sottofinale e finale nella genderless culture più fluida cavalcando tra sessi e generi come l’Orlando di Virginia Woolf però aggiornato alle nuove tendenze. Un intruglio, almeno per me, difficile da digerire. Eppure vedo che ha trovato un gran numero di estimatori anche insospettabili, anche tra gente di solito refrattaria al bizzarro filmico. Segno dei tempi. Non bastasse, l’argentino Luis Ortega (già regista di El Angel, noir presentato a Cannes 2018 a Un certain regard su un perverso killer dalla faccia innocente, film uscito in Italia come L’angelo del crimine), quel miscuglio e garbuglio lo irrora di abbondanti dosi di surrealismo latinoamericano alla Jodorowsky e di cupo barocco tropicalista. Con però anche tocchi camp tipo Il bacio della donna ragno e Tengo miedo torero (play cileno diventato anche un film proiettato qualche anno fa proprio qui a Venezia), ovvero la queerness calata a contrasto in ambienti macho-malavitosi.
Peccato che tutto sia messo in scena e “portato avanti” con pesantezza che si direbbe più teutonica che latina, con tocco da maniscalco, senza la minima leggerezza. Evidentemente la lezione ultradecennale di Almodovar su temi assai vicini a quelli di El Jockey non è stata recepita: della grazia di quel maestro non c’è traccia, anche se da un suo film, La mala educacion, proviene Daniel Giménez Cacho, l’attore che qui interpreta il ruolo del boss. Ma andiamo alla trama (trama?) o a qualcosa che le somigli. Siamo a Buenos Aires in tempi non precisati. Remo Manfredini è un ancor giovane ma già famoso fantino, anzi il più grande dei fantini, con alle spalle un curriculum strabiliante di vittorie. Ha fatto la fortuna (e, scopriremo, anche la gioia privata) del gangsteristico boss della scuderia di cavalli per cui corre. Di lui si è innamorata la figlia del capo, pure lei cavalcatrice di purosangue da corsa. Ma adesso Remo è in pieno declino, alcolista, strafatto di droghe di ogni tipo, compreso il doping per cavalli. Non riesce più a vincere, tutti si stanno stancando di lui, e rischia grosso perché, si sa, i clan criminali non perdonano chi li delude e non li ripaga dell’investimento. Poi un giorno, in una gara, un costoso purosangue venuto dal Giappone lo porta a sbattere contro una staccionata. Remo cade svenuto. Quindi in coma. Si risveglierà dopo mesi con la testa confusa, scarni e distorti ricordi, l’impulso ad assumere, almeno nei suoi tratti esteriori, l’identità femminile. Si appropria di una pelliccetta, si pittura la bocca e le guance, lascia l’ospedale, incomincia a vagare per la città. Cercato, inseguito, braccato dagli sgherri del boss. Di più meglio non dire. Se fino a questo punto El Jockey, Il fantino, mantiene una sua coerenza interna, ha una sua tenuta, adesso eccolo svoltare nell’onirico-surreale-grottesco-allucinato-barocco con pezzi di reale che si trasformano in delirio e viceversa. E purtroppo, anziché limitarsi ad accumulare seppure confusamente schegge narrative di vario tipo, cade nel simbolismo più greve, nelle prediche sul biologico mutante e post-umano, su riproduzione e maternità-paternità svincolate dai generi. Sarà questo El Jockey un’allegoria? Una parabola? Ma se così è, intorno a che cosa? Forse c’è dentro solo l’eterna voglia di épater les bourgeois con qualcosa di “provocatorio” (vocabolo che andrebbe abolito dai dizionari delle persone dabbene).

Il regista Luis Ortega

Comunque si fa il tifo per l’eroico attore che ha accettato una simile sfida (anche al ridicolo), l’argentino però residente a Parigi Nahuel Pérez Biscayart, lanciato qualche anno fa nel notevole 120 battiti al minuto di Robin Campillo, visto di recente in Un anno, una notte sui traumi del dopo-Bataclan e in Lezioni di persiano. Un premio al film  sarebbe cosa sconsiderata, ma lui la Coppa Volpi per la migliore interpretazione (maschile, ma non solo) se la meriterebbe. Il buono di El Jockey sta nella sua faccia attonita, impassibile, capace di deformarsi di colpo nel ghigno del killer o nell’agonia della povera folle. (Intanto con il suo miscelare maschismo e trasversalità tra i sessi El Jockey è già, in questa Mostra, quello che è stato Dogman di Luc Besson l’anno scorso).

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