In the Mood for Love di Wong Kar-wai (2000), Rai 5, ore 22:44. Martedì 11 agosto 2025.


Oggi sul Foglio nel pezzo di prima pagina Meglio stare a casa Andrea Minuz, al grido più che legittimo “Nella settimana di ferragosto escono solo i cafoni” (come dargli torto?) invita i lettori a blindarsi tra le pareti domestiche, a evitare la pazza folla e mettersi davanti a quel vecchio arnese eppure sempre indispensabile che è il televisore. A far che? A ripassare tre capolavori, che dico, capolavorissimi, del cinema in programma queste sere sullo schermo ormai non più piccolo di casa. Che sono, in ordine di apparizione: Harry ti presento Sally mercoledì 13 su Canale 8 (508 dt), Il Padrino parte seconda giovedì 14 su Rete 4, La finestra sul cortile di Hitchcock venerdì 15, Ferragosto, su Rai Movie.
Strano che Minuz si sia dimenticato (ma forse è una scelta) un altro capolavoro, o almeno tale ritenuto dai più – critici. spettatori – in onda stasera su Rai 5, In the Mood for Love dell’hongkonghese Wong Kar-wai (quando ancora Hong Kong era una capitale del cinema, prima che l’autoritaria Cina continentale la silenziasse). Già, comunque lo si guardi e appezzi o non apprezzi, un film enorme, di quelli che rischiano di fare la storia del cinema. Inserito difatti dal mensile inglese Sight & Sound tra i 30 migliori degli anni Zero e poi, nel sondaggio effettuato nel 2022 sempre dalla storica rivista inglese tra critici di tutto il mondo, risultato addirittura al quinto posto dei migliori film di sempre (esagerati). Uno status ribadito dall’assai chiacchierato recentissimo poll tra appassionati di cinema indetto dal New York Times in cui In the Mood for Love è finito al quarto post tra tutti i film degli anni Duemila (a oggi, of course). Un monumento insomma di cui è perfino difficile scrivere.
Mi sono reso c0nto di quanto sia amato, soprattutto dalle donne, constatando una volta alla Berlinale il culto reverente che circondava il suo regista Wong Kar-wai, presidente della giuria al festival. Benché abbia fatto altri film importanti e belli, resta e credo resterà per sempre “quello di In The Mood for Love“. Ma cos’ha di speciale questo film che apparentemente racconta la storia semplice semplice, così semplice da essere al limite della non storia, di un uomo e una donna che si amano, ma che non diventeranno mai amanti? Lo stile, credo. In The Mood for Love si inserisce nel nutrito filone del cinema asiatico che guarda a Antonioni e alle sue alienazioni anni Sessanta (vedi anche alla voce Tsai Ming-Liang): rarefazione, astrazione (cose e persone sottoposte a un processo che man mano li disincarna e li eleva a simboli), minuziosa attenzione a ogni moto interiore senza però alcuna retorica psicologistica. Eleganza: della messinscena, dei movimenti della macchina da presa, degli stessi personaggi. Siamo (antonionianamente?) nel 1962 a Hong Kong, tra i réfugé venuti da Shanghai dopo la presa del potere maoista nei tardi anni Quaranta. Chow Mo-Wan e la signora Chang sono vicini di casa, si conoscono appena, si sfiorano. Scoprono che i rispettivi coniugi sono amanti. Si conosceranno meglio, impareranno ad amarsi, ma lei non vorrà che la loro diventi una storia di amanti. Vite qualunque di passioni non qualunque. Atmosfere soffocate. Interior decoration meravigliosa (quelle tappezzerie) e costumi che lo sono altrettanto (l’abito a fiori), colonna sonora che incrocia mondi, sensibilità e culture, e la parte migliore è quella made in China. Gli amanti impossibili sono Tony Leung, con quella sua aria austera e nobile, e Maggie Cheung. Impossibile dimenticarli.
Certo che nonostante finisca sempre in cima a ogni lista dei migliori film del Terzo Millennio (vedi sopra) insieme al coevo Mulholland Drive di Lynch, è da considerarsi a mio parere più opera del Novecento maturo, ovvero di un ieri ormai lontano. Un capolavoro terminale di quel secolo detto breve, più riassuntivo delle sue tendenze e nevrosi e maniere e manierismi narrativi e di rappresentazione cinematografica che anticipatore del cinema (e della sensibilità collettiva) che verrà.
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