Alyam Alyam di Ahmed El Maanoui (Marocco 1978. Rai 3, ore 0:40, sabato 16 agosto 2025. Troppo tardi? Allora guardatelo su RaiPlay a questo link.
Dicono gli annali del cinema: il primo film marocchino a essere ammesso al festival di Cannes. Era il 1978 e Alyam Alyam venne presentato nella sezione seconda Un certain regard. Amato da Martin Scorsese, recuperato, restaurato (in digitale sull’originale in 16 mm) e rilanciato dal Cinema Ritrovato edizione 2015. Un prodotto assai eccentrico rispetto al mainstream anche d’essai (o arthouse), solo per curiosi di un cinema altro, orgogliosamente collocato ai margini, ma non per questo minore o inunfluente. Denso di risonanze e echi della propria cultura di orgine ma con slanci verso la (allora) contemporaneità, il futuro e verso visioni transfrontaliere: non un cinema riduttivamente etnico e etnicistico, ripiegato su sé stesso, se mai in costante confronto e magari scontro con quanto sta là fuori.
Esemplare la storia di Alyam Alyam, letteralmente I giorni, i giorni. In Italia ribattezzato forse un po’ impropriamente Oh i giorni. Siamo in un Marocco profondo e rurale, in un villaggio della regione di Casablanca-Berrechid. Alla morte del padre il poco più che ragazzo Abdelwahad si ritrova capofamiglia, responsabile in quanto figlio maschio maggiore della madre e dei sette fratelli. Ma sottostare alla tradizione gli pesa, il sogno è di andarsene lontano, lasciare il Marocco, raggiungere la Francia. Un tema classico, quello di una vita divisa tra gli obblighi di un passato che non lascia spazio alla libertà individuale e l’aspirazione alla propria emancipazione, alla rottura di quei legami percepiti come soffocanti e contrari alla realizzazione di sé. Il regista Ahmed El Maanoui (che ha presieduto al restauro dell’originale) mescola il cinema del reale alla fictionalizzazione, non troppo lontano benché in altro climi culturali da un Olmi, tracciando con cura speciale oltre che il ritratto del giovane Abdelwahad anche quello, potente, della madre-matriarca Hlima, ennesima incarnazione dell’archetipo della Mater Mediterranea (e nordafricana). Ma anche scegliendo un approccio lento e contemplativo di matrice (forse) antonioniana.
Un film da guardare a occhi recettivi, oltre ogni pregiuduzio, oltre anche al pregiudizio orientalista che tende a allonanare da noi l’altro attraverso il filtro apparentemente democratico e legittimante dell’estetizzazione e dell’esaltazione della bellezza. Un film anhe da ascolltare. Le musiche sono dei Nass El Ghiwane, leggendaria band marocchina nata nel 1971 in un quartiere multiculturale di Casablanca – arabi, berberi, africani, expat occidentali -, detti nella vulgata europea e un po’ neocoloniale i Rolling Stones del Nord Africa, che ha saputo creare un universo sonoro in cui gli echi delle varie tradizioni popolari si mischiano alle suggestioni venute da Inghilterra, Francia, America. Scorsese, dopo averli ascoltati, ne inserì un brano in L’ultima tentazione di Cristo. Ahmed El Maanoui, il regista di Alyam Alyam, avrebbe poi girato nel 1981 un documentario sui musicisti del gruppo seguendolo in quattro mesi della loro vita dal titolo Transes. Anche questo restaurato, presentato al Cinema ritrovato e visibile su Rai Play (a questo link).