
Missione in Oriente – Il brutto americano di George Englund (1962), Iris, ore 1:09. Lunedì 18 agiosto 2025.

Lo danno a ore impossibili, ma forse lo si potrà recuperare da qualche parte (su Mediaset Infinity?). E ne varrebbe la pena. Perché è di quei film di cui poco si sa, che nessuno o quasi ha visto, disperso nei meandri della memoria e dei cinearchivi. Un flop alla sua apparizione, primi anni Sessanta, e non valse nemmeno la presenza di Marlon Brando a salvarlo dai commenti malevoli della critica e dall’indifferenza del pubblico. Eppure. Eppure uno di quei titoli che esercitano un oscuro fascino, almeno su di me. Sarà che tra i miei piaceri c’è quello di inoltrarmi alla (ri)scoperta del cinema negletto di Hollywood della sua stagione prima della (fin troppo celebrata) New Hollywwod, quello degli Early Sixties stretto anzi stritolato tra le glorie ormai spente dell’età classica e la Rivoluzione che sta arrivando con Easy Ryder e affini. Cinema di fine corsa, affannato e appannato ma con ancora bagliori di grandezza, realizzato perlopiù da artigiani di studios ormai in disfacimento, impeccabilmente ben fatto ma come pervaso dall’entropia, da una contro-energia oscura, paralizzante. Un cinema ancora sotto l’influenza dello star system e dello strapotere delle major quando ormai tutto sta per cambiare.
Missione in Oriente vi appartiene a pieno titolo. Tratto da un thriller politico bestseller del 1958, affronta in chiave di fiction temi e “problematiche” che sarebbe diventati pura realtà fattuale, di cronaca e di storia, di lì a poco con la Guerra in Vietnam. Un film profetico, perfino in modo allarmante.
Siamo nel Sarkhan, un immaginario ma non troppo paese del sud est asiatico diviso in due, il Nord sotto un regime comunista filocinese e filorusso, il Sud con un governo corrotto inviso alla popolazione e però forte dell’appoggio americano. Insomma, un avamposto della Guerra Fredda con forti analogie con la situazione geopolitica del Vietnam. Nel Sud Sarkhan arriva il nuovo ambasciatore Usa, Carter MacWhite, già docente universitario, un sincero democratico alle prese con una realtà che si rivelerà un groviglio di contraddizioni. La sua missione consiste nel sostenere il governo, messo sotto scacco da una rivolta capitanata dal nazionalista Deong, guardacaso un ex allievo di MacWhite. Si teme che l’opposizione da lui guidata possa aprire la strada anche al Sud ai comunisti, anche se gli obiettivi del dissidente Deong sono principalmente quelli di sottrarre il paese alle influenze straniere per condurlo su una strada di autonomia e sviluppo. Ovviamente i rapporti tra il neoambasciatore e l’ex allievo saranno assai complicati, prima di una happy end che resterà purtroppo solo cinematografico e non troverà riscontro in quanto di lì a poco accadrà nel sudest asiatico. Marlon Brando giganteggia quale protagonista tormentato, incaricato di contenere a ogni costo l’espansione comunista ma consapevole di come certe posture neocoloniali e il sostegno a regimi locali corrotti e repressivi siano ormai fuori dal tempo e da ogni razionalità geopolitica. Un film kennediano di un’America animata da ideali umanitari e però costretta (costretta?) a sporcarsi le mani e l’anima con la realpolitik. Cinema in cui l’America si guarda allo specchio e si interroga su sé stessa, come in altri titoli più o meno coevi quali Sette giorni a maggio, Il dottor Stranamore, L’amaro sapore del potere, Va’ e uccidi. Allora sembrò un polpettone indigeribile, oggi da rivalutare come un racconto lucidamente profetico e specchio di una breve stagione degli Stati Uniti, quei primi anni Sessanta di illusioni naufragata con l’assassinio di Kennedy. Con Marlon Brando c’è Eiji Okda, divo giapponese protagonista di La donna di sabbia e di Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais. Interpreta, lui nipponico, un personaggio indocinese, in un’approssimazione che oggi non sarebbe più consentita. Nota: nel film ha una parte anche la sorella di Marlon, Jocelyn Brando.
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