Venezia 2025. Dispaccio #1: LA GRAZIA di Paolo Sorrentino (recensione)

La Grazia, un film di paolo Sorentino. Con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Roberto Zibetti, Rufin Doh Zeyenouin. Concorso. Voto tra il 6 e il 7
Scritto mercoledì 27 agosto 2025.
Rieccomi al Lido. Uscito da poco da La grazia di Sorrentino, film di apertura di questo Venezia 82. E film in gara per il Leone. Press screning delle 8.30 in Sala Darsena e alla fine platea stampa come al solito, almeno a Venezia, divisa sull’autore di La grande bellezza e Parthenope. Non pochi gli haters, ancora una volta e pure più di sempre indignati per i sorrentinismi, la sentenziosità, l’autocitazionismo, l’approccio tonitruante e pompier anche ai lati più quotidiani e dimessi di storia e personaggi. La maggioranza comunque ha apprezzato, con una quota consistente di assai soddisfatti. Successo incontestabile. Sancito dagli applausi, robusti e convinti anche se non travolgenti (l’entusiasmo non si addice allo snobismo che è sentimento dominante alle proiezione stampa festivalieri. Di ogni festival).
Quanto a me, mi colloco nel mezzo. Forse per affinità con il protagonista, forse sedotto subliminalmente da lui, Mariano De Santis, maestro di diritto penale, ex democristiano circospetto e prudente assurto alla massima carica della repubblica, quella di presidente. Personaggio con un qualche rimando – ma più di superficie che di sostanza – a Mattarella e ad altri i DC ascesi al soglio quirinalizio, Scalfaro, Cossiga e precedenti. Anzi questo La Grazia si pone cone un’esegesi o un trattato sulla democristianità quale tratto antropologico saliente dell’Italia secondo-novecentesca, ma travasatosi anche nell’oggi, benché accuratamente mimetizzato sotto una patina di postmodernità più spregiudicata. Democristianità cone equidistanza e collocazione al centro dell’ecosistema politico, come abiura degli estremismi e radicalismo di ogni tipo, come elogio e pratica della mediazione, della medietà, anche della mediocrità. Come arte del non decidere e del differire per non essere invisi a nessuno e massimizzare il consenso. Come astuzia nell’evitare trappole e imboscate. Come arte della dissimulazione.
L’intero apparato narrativo di La grazia di configura come un attentato continuo alla posizione (e condotta) mediana del presidente Mariano De Santis, alla sua virtuosistica capacità di stare in equilibrio e sottrarsi alle scelte. Si cerca di stanarlo, di indurlo a prendere posizione: sulla proposta di legge sull’eutanasia che lui, da buon cattolico, non ce la fa a firmare sicché, per temporeggiare e lasciare la questione al successore (siamo in semestre bianco), continua a rimandare la bozza con correzioni e note e chiose alle Camere. Non bastasse, a attentare alla democristianità genetica di Mariano De Santis ci sono anche sul suo tavolo due spinose richieste di grazia a detenuti condannati per omicidio volontario.
Mattatore assoluto in questo ritratto da vicino del potere all’italiana è Toni Servillo, in un ruolo di uomo di centro che inevitabilmente rimanda a Il divo, ma anche tutti gli altri personaggi che Sorrentino gli ha cucito addosso negli ultimi vent’anni. Lo vediamo alle prese con gli impegni istituzionali e con qualche tormento privato. Uno, soprattutto, il senso di vuoto e inutilità che gli ha lasciato addosso la scomparsa dell’amata moglie Aurora. Adorata, rimpianta, celebrata in ricordi che continuamente riaffiorano (risolti da Sorrentino in flashback pericolosamente tendenti al kitsch). Aurora che, Mariano ne è convinto – ed è per lui ulteriore pena -, una volta lo ha tradito, anche se non ha mai saputo con chi. Ci sono poi i rapporti non sempre lineari con i due figli. Dorotea, cui Sorrentino conferisce qualcosa delle first daughter che ci sono passate davanti negli ultimi decenni (dalla figlia di Scalfaro a quella di Mattarella), è totalmente dedicata al padre: anche lei giurista, è il braccio destro del presidente, rampolla irreprensibile eppure non esente da inquietudini che in corso di racconto si materializzeranno in una piccola ma decisa ribellione. E l’altro figlio, Riccardo, stabilitosi a Montreal, che il genitore si ostina a definire musicista classico ma che in realtà fa montagne di dollari scrivendo e arrangiando per le popstar americane.
La prima mezz’ora di La Grazia è di massima godibilità, scritta e girata davvero in stato di grazia, pura sorrentinità e però in versione moderata, quasi (quasi) minimalista, ripulita dei consueti manierismi e con un tasso di pomposità nei limiti dell’accettabile. Un Sorrentino in leggerezza, anche se pare una contraddizione in termini. Poi nella seconda parte si moltiplicano gli aforismi instant ma già incisi nel marmo e consegnati alla Storia, le battute fin troppo argute e rifinite. Ma si resta pur sempre lontani dalla pretenziosità e dal pompierismo del Grande Affresco sorrentiniano, da quella volontà di potenza e muscolarità che promanano da ogni movimento di macchina, da ogni dettaglio visivo e della messa in scene ad esempio di Parthenope. Accensioni improvvise di vera bellezza o pathos, la lacrima dell’astronauta vagante in assenza di gravità, la caduta sul tappeto rosso sotto la pioggia dell’anziano presidente del Portogallo in visita. Un film che è anche l’ennesima tappa del viaggio nell’italianità del regista di La grande bellezza e Il divo, con i riti e i luoghi della Repubblica (spesso ereditati dalla monarchia), con la presenza ora fantasmatica ora concretissima della Chiesa. Un repertorio se si vuole di cliché ma che nessuno oggi come Sorrentino riesce a rappresentare e a ricaricare (qualche volta) di senso. Ed è uno dei motivi del suo successo globale.
I palazzi del potere romano, le cerimonie, il protocollo, le uniformi, i raduni e i cori degli alpini, le frecce tricolori, i preti e le suore. Quello che un tempo era il territorio di Fellini e che ora è suo, di P.S. Peccato solo che La Grazia perda strada facendo in levità e agilità per appesantirsi in una sorta di entropia, di controenergia paralizzante. Sorrentinate: il papa nero (con capelli grigiargento in dreadlocks raccolti a coda di cavallo), il robottino apripiosta, la musica a fare da contrasto e dissonanza narrativa (stavolta il rap italico di Gué Pequeno). Del tutto improbabile la telefonata-intervista tra il Presidente e la direttora di Vogue (lo dico non senza cognizione di causa, avendo lavorato cinque anni a Vogue Italia con Franca Sozzani).

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