Venezia 2025: BUGONIA di Yorgos Lanthimos (recensione)

Bugonia di Yorgos Lanthimos. Con Emma Stoine, Jesse Plemons, Alicia Silverstone. Concorso. Voto 8
Non mi aspettavo granché da un Lanthimos ormai diventato istituzione, lontano dalla sua sovversiva stagione greca. Invece buonissima sorpresa questo Bugonia (non sto a dire da dove derivi il titolo, c’entrano Virgilio e le api comunque), remake di un film sudcoreano dei primi anni Duemila che non sembrava avere lasciato traccia del suo passaggio. Non lo conosco, l’originale, immagino però che, trasferendolo nell’America di oggi, Lanthimos e lo sceneggiatore Will Tracy l’abbiamo fortemente sincronizzato – nei contenuti, nei riferimenti – sui dissesti psicocollettivi attuali.
Siamo in Georgia, Usa. Due fuorissimo di testa che sembrano usciti dalla masnada di selvaggi che diede l’assalto qualche anno fa al Campidoglio rapiscono la boss-Ceo tutta tailleur scuri, tacchi Louboutin e assertività di una multinzionale farmaceutica convinti che sia un’aliena venuta dalla galassia Andromeda ad assoggettare i terrestri. Nelle farneticazioni di Teddy, il dominante del duo (l’altro, Don, è un suo povero cugino plagiato e arruolato nella folle impresa) non si fatica a riconoscere il cospirazionismo ormai dilagante con echi dei QAnonisti più sciagurati. Mentre nell’odiosa capoazienda rapita (incarnazione di quel biocapitale, anzi, nell’accezione di Byung-Chul Han, dello psicocapitale che asservisce i lavoratori soggiogandone le menti e seducendoli) intravediamo tratti di certi tycoon silincovallici e altri bilionari limitrofi. Scopriremo che la signora-padrona anzi CEO produce anche farmaci oppiodi che hanno mandato in coma la madre di Ted. E uno dei moventi del rapimento è la rabbia verso quella stro*za delle biotecnologie. Essendo l’altro e principale movente l’intenzione di Ted di usare la presunta aliena per comunicare con i di lei capi al di là della galassia e e costringerli a porre fine alla loro invasione della terra.
La prima parte di Bugonia si muove secondo il canovaccio della dialettica rapitore-ostaggio, dove carnefice e vittima si confrontano e scontrano cercando ognuno a suo modo di manipolare l’altro. Avete in mente, quei film tipo famiglie prese in ostaggio da criminali in fuga o clienti di banche sequestrati da rapinatori. In questa fase di Bugonia la rapita (una Emma Stone va detto straordinaria) ricorre alle sue notevoli armi dialettiche per fregare l’antagonista Ted. Che però, pur nel suo deragliamento psichico o forse proprio in forza di quello, le tiene testa assai efficacemente. Il fim sembrerebbe destinato a restare nel recinto del thriller, invece di colpo imbocca altre strade, svolta, devia, si capovolge, virando nell’horror più sanguinolento e nel fantastico-fantascientifico. Per sfociare in un finalissimo non così imprevedibile e abbastanza ruffiano nell’assecondare l’attuale ipersensibilità collettiva sui danni della cosiddetta antropizzazione del pianeta (e però quant’è bravo Lanthimos nel costruire questo unhappy end e nel metterlo in scena con grandiosità barocca, del baroccco più penitenziale). Bugonia parte come crime-thriller, finisce come parabola anche un po’ sentenziosa. Con un Lanthimos all’altezza in ogni segmento di un’opera a più facce che trasuda continuamente intelligenza, acume, sarcasmo, senso del grottesco. Dove non manca nemmeno quel cinismo, quel sentimento di glaciale distacco che ha fatto di Y.L. un maestro del cinema un tempo detto disturbante. Nell’a-p0rte-chiuse del confronto rapitore-rapita riemerge qualcosa delle atmosfere malsane del suo film-portabandiera, Dogtooth, e non è poca cosa. Se non avesse vinto il Leone due anni fa con Poor Things sarebbe un ovvio candidato anche stavolta al massimo premio. Bugonia potrebbe comunque entrare in palmarès. E potrebbe diventare un buonissimo successo di pubblico.
Tra i produttore anche Ari Aster. Non a caso. L’utimo suo film Eddington (presentato con esiti catastrofici a Cannes e invece a mio parere tutt’altro che trascurabile) presenta più di un’affinità con Bugonia, collocandosi come questo ultimo Lanthimos tra i pochi tentativi del cinema di intercettare-rappresentare gli umori cattivi della Trump-era e del cospirazionismo dominante.

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