After the Hunt di Luca Guadagnino. Script di Nora Garrett. Con Julia Roberts, Andrew Garfield, Ayo Edebiri, Michael Stuhlbarg, Chloë Sevigny. Fuori concorso.
A Yale un professore viene accusato di molestie da una studentessa: è la partenza di una giostra a più personaggi tra verità e menzogne. Dopo la caccia sembra, fino a un certo punto, una critica a certi eccessi del wokismo e metooismo. Purtroppo non ha il coraggio di andare fino in fondo e si impantana in una fiacca e inconcludente partita verbale. Però da rivedere fuori dal festival. Voto 5
Avendo Guadagnino usato le stesse font di Woody Allen per i credits di questo suo nuovo After the Hunt (intanto: premio a Guadagnino per la produttività, ormai alla pari di quella di stakanovisticome Lanthimos, Hong Sangsoo, Radu Jude: media di 1 o 2 film all’anno), ecco il coro degli addetti ai lavori a gridare: ma Dopo la caccia (da una citazione nientedimeno che di Otto von Bismarck, ndr) è un omaggio al regista di Mariti e mogli e Manhattan! ma è la personale versione di Guadagnino della urban comedy newyorkese in salsa yiddish!
Posso dire? Secondo me Woody Allen non c’entra niente con questo nuovo e forse superfluo e inutile Guadagnino. Non basta mettere in una salotto di alta borghesia intellettuale un pugno di personaggi mediamente odiosi intenti a sorseggiare whisky e a spararsi addosso battute soavemente al curaro per rifare quel grande adesso ostracizzato. La sequenza iniziale di After the Hunt in cui professori, studenti e consorti e fidanzati/e dei suddetti in una bella casa per docenti di Yale conversano a colpi di citazioni di Heidegger, Carl Schmitt e French Theory variamente assortita è troppo lenta, senza ritmo, Woody Allen non avrebbe mai scritto dialoghi tanto sentenziosi, di un esibizionismo intellettuale così scoperto, sarebbe stato più secco e conciso e puntuto e molto, molto più divertente. A peggiorare il tutto c’è che Guadagnino, in questa scena fondativa, tira per le lunghissime annoiando lo spettatore, peccato mortale in cui Wooldy Allen (e Billy Wilder e Ernst Lubitsch) non sarebbe mai incorso. Ancora: macchina da presa troppo morbida, troppo avvolgente e accarezzante, mentre a filmare una conversazione multipla così, di una ferocia nascosta dai sorrisi, ci sarebbe voluto un regista gelido, distaccato, un chirurgo della mdp alla Otto Preminger o alla Joseph Mankiewicz. O, almeno, alla Mike Nichols, che non a caso ha girato Chi ha paura di Virginia Woolf?, jeu de massacre tutto verbale all’interno di un ambiente accademico statunitense. E se c’è un modello di dialogo affilato cui eventualmente riferire After the Hunt è proprio il play di Edward Albee (ma anche certo Terence Rattigan, certo Noël Coward). Insomma, si capisce fin dal brutto inizio che il film non sarà gran cosa. E quanto segue purtroppo conferma.
In breve: un giovane e belloccio docente (Andrew Garfield) ma ancora in attesa di cattedra a Yale e che, come dicevano le vecchie zie “non se lo tiene nei pantaloni”, viene accusato da una sua studentessa di molestie sessuali e anche qualcosa di più. Scoppia il caso. Lui, come esige il copione oggi universalmente seguito, viene licenziato. La studentessa vorrebbe che la sua amatissima docente di filosofia (una Julia Roberts molto Juliette Binoche, assai tagliente), la sua guida, la suo mentore (come si dirà al femminile?), stesse dalla sua parte, la supportasse in quella che lei considera una battaglia contro il patriarcato. Ma la prof, anche lei in attesa di cattedra, non se la sente di scendere in campo, forse perché coltiva qualche dubbio sulla versione della ragazza, forse perché è molto amica dell’accusato e sua ex amante. Assistiamo a quello cui abbiano assistito negli ultimi anni più volte (anche se la storia qui è prudentemente retrodatata ai primi anni Duemila per evitare polemiche e riferimenti al presente): la caccia al mostro, la sua cacciata dalla buona società, i processi mediatici prima dei processi in aula, la presunzione di colpevolezza, la distruzione di carriere e reputazioni ancora prima che venga emessa una sentenza. E per un po’ il film sembra prendere una posizione garantista contro gli eccessi di wokismi e metooismi. Oltretutto, in tempi di trionfante “paradigma vittimario”, presentandoci coraggiosamente una figura di vittima contraddittoria, nera e lesbica e dunque intersezionalmente correttissima e a postissimo (fidanzata anche con una transgendere F to M) e però ambigua nella sua accusa al docente (presunto) maschil-patriarcalista. È il momento in cui After the Hunt intanto se non ricordo male passato – chissà perché – da un formato 4:3 in pellicola a un grande schermo in digitale: ma potrei sbagliarmi) sembra prendere quota. Per poi presto abbandonare la critica al wokismo (paura di possibili polemiche?) e impantanarsi in un estenuante gioco dialettico tra i vari personaggi in commedia, In cui tutto si confonde, verità e menzogna, realtà e finzione, simulazione e onestà, in cui tutti sembrano contemporaneamente avere torto e ragione. Sul racconto scende una nebbia fitta finché non si arriva a una scena finale incomprensibile. Cosa mai avrà voluto dirci la sceneggiatrice? E perché mai Guadagnino ha deciso di cimentarsi con uno script tanto balordo e irrisolto? Lui, che dà il suo meglio quando si tratta di correre sulle superfici levigate dell’apparire e del bello, di accarezzare i corpi, di erotizzarne contorni e dintorni. Invece qui si butta nell’abisso delle questioni più scottanti e nelle profondità finto-intellettuali, tra citazioni oltre che dei già detti Heidegger e Carl Schmitt pure di Foucault, Kierkegaard, Adorno, Hannah Arendt, Giorgio Agamben (“ma cara, non dirmi che non hai capito che la sua tesi era smaccatamente copiata da Homo Sacer!”). Bisogna sentirle certe cose, se no si casca. Che è quanto capita a Guadagnino, benché reduce da un bellissimo film, anche gran successo al box office, come Challengers, quello sì nelle sue corde bertolucciane.
Rileggo adesso sul pressbook la citazione di Otto von Bismarck che Guadagnino ha messo in epigrafe: “People never lie so much as after a hunt, during a war, or before an election.” La gente non mente mai così tanto come dopo una caccia, durante una guerra, prima delle elezioni. Ripenso al film alla luce di questa frase che avevo sottovalutato. Forse After the Hunt non va visto come un racconto su un temi fin troppo attuali come metooismo, wokismo, intersezionalismo, ma come una partita a più personaggi in cui si pratica virtuosisticamente la menzogna (come, per fare un esempio illustre, in Gli insospettabili di Joseph Mankiewicz). Con l’obiettivo, semplicemente, di sopraffare l’altro. Chissà, a una seconda visione, e utilizzando questa chiave di lettura, forse After the Hunt potrebbe non sembrarmi più lo smacco di qualche sera fa in Sala Darsena.
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