Venezia 2025. IL MAGO DEL CREMLINO di Olivier Assayas (recensione). L’uomo nell’ombra

Il mago del Cremlino (Le mage du Kremlin) di Olivier Assayas. Sceneggiatura di Olivier Assayas, Emmanuel Carrère. Dal libro di Giuliano da Empoli, edito in Francia da Gallimard, in Italia da Mondadori. Con Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, Jeffrey Wright, Jude Law.
Le convulsioni e le trasformazioni della Russia dalla caduta dell’Urss a oggi, viste attraverso gli occhi edi un uomo dalle molte stagione: prima artista e autore tv, poi spin doctor di un certo Vladinir Putin. Il suo Rasputin. Sceneggiatura co-firmata da Emmanuel Carrère, una garanzia. Voto tra il 7 e l’8

Olivier Assayas e Paul Dano a Venezia

Nasce come romanzo, Le mage du Kremlin, benché con robusti inserti di cronaca e storia, e nasce come romanzo in francese edito da un editore francese, Gallimard. E però, e qui sta la peculiarità, l’autore è italiano (e un po’ svizzero), Giuliano da Empoli, oggi basato a Parigi dove insegna politica comparata. Stava nel 2022 per vincere il Goncourt, tutti lo davano per favorito, poi al rush finale dopo ben 14 tormentate votazioni ha prevalso Brigitte Giraud con Vivre vite. Ma Il mago del Cremlino avrebbe venduto un milione di copie in Francia e sarebbe stato tradotto dappertutto (in Italia lo ha pubblicato da Mondadori), risarcendo il suo autore del mancato riconoscimento.
Di Giuliano da Empoli qualcuno ricorderà il saggio assai discusso Un grande futuro dietro di noi,  tra i primi a porre – era il 1996 – la questione dell’avvenire complicato delle generazioni post-boomer. Adesso il film diretto da Olivier Assayas lo consacra, anche se non risulta abbia partecipato direttamente alla sceneggiatura redatta dallo stesso Assayas con la collaborazione eccellente di Emmanuel Carrère. Dove si racconta di Russia, della Russia postsovietica e delle convulsioni che l’hanno portata a essere quella di oggi. Il know how di Carrère in materia è indiscusso. Lo prova il suo Limonov (tra i pochi grandi libri degli anni Duemila), uno dei personaggi – letterato e combattente – più controversi emersi nel dopo-Urss. Del resto, Carrère è figlio Hélène Carrère d’Encausse, di famiglia russa emigrata dopo la rivoluzione, accademica di Francia, specialista in storia russa. Autrice di quell’Esplosione di un impero? che profetizzò il collasso dell’Unione sovietica. Dunque, sono credenziali serie quelle con cui Il mago del Cremlino si è presentato a pubblico e critici a Venezia. Ottenendo un successo diciamo tiepido, scarsi applausi, parecchi sbuffi di noia (certo la durata, 157 minuti, non ha aiutato). Mi pare anche stroncato dalla critica anglofona. Eppure è tra le cose migliori del concorso, un saggio narrativizzato sulla fine di un impero e di un mondo e la loro rinascita sotto altre spoglie.
Ma procediamo con ordine (la materia lo impone). Il racconto ruota intorno a Vadim Baranov, ragazzo sveglio e talentuoso con ambizioni d’artista nella Russia sfrenata e affamata di libertà dopo la caduta del regime comunista, poi autore nella stagione eltsiniana nella tv dell’oligarca Boris Berezovsky, poi spin doctor del capo dell’FSB, l’ex Kg, un certo Vladimir Putin. Di cui sarà il Rasputin per molti anni. Figura ispirata pare a Vladislav Surkov, del quale non molto si sa, su cui da Empoli, Assayas e Carrère hanno modellato prendendosi molte libertà il loro main character. C’è un certo scostamento del film rispetto al romanzo da cui è tratto (che ho letto alla sua uscita italiana). Il libro è decisamente centrato sulla figura di Vadim Baranov, sulla sua vita pubblica ma anche privata, mentre nella trasposizione Assayas-Carrère man mano scompare dal proscenio per diventare, lateralmente, l’innesco di un ritratto della Russia nelle sue metamorfosi, nel susseguirsi dei suoi padroni, dai primi anni Novanta a oggi. Con una figura che man mano prende il sopravvento su tutti, Vladimir Putin. Il risultato è che il film a mio parere è meglio del romanzo,. La scrittura di Carrère consente non solo di ripercorrere tutte le stagioni politiche e i cambiamenti a partire dalla cadura dell’Urss, ma anche di penetrare nell’anima russa, nella sua radicale alterità rispetto al resto del mondo, anche alla vicina Europa cosiddetta occidentale. Un viaggio nella storia degli ultimi decenni e nello spirito, nelle pulsioni profonde e nei demoni di un paese, di una nazione (“da voi conta il denaro”, dice Baranov al giornalista americano che lo intervista. “da noi conta la vicinanza al potere”). Gran lezione di storia e di cinema. Assayas con il suo stile terso, trasparente, con la sua vocazione a un cinema (anche) di parola, asseconda la sceneggiatura mettendosi al suo servizio, senza mai prevaricare. E in questa narrazione lunga ritrova la misura e il respiro ampio delle sue serie, soprattutto di Carlos (ma anche di Irma Vep). Subito il premio alla seneggiatura, please. Paul Dano è Baranov, Alicia Vikander è Ksenia, Jude Law un eccellente e credibile Putin pur non esagerando in smorfie mimetiche.

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