
No Other Choice (Eojjeol Suga Edopta – Non c’è altra scelta) di Park Chan-wook. Con Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Lee Sung-min. Concorso. Voto 7+
Molto apprezzato dalla stampa internazional. Uno dei favoriti al Leone (in testa ai pronostici, ovvio, c’è, The Voice of Hind Rajab. Seguono a una certa distanza l’assai bello, e finalmente differente, Silent Friend dell’ungherese Enyedi, A pied d’oeuvre di Valérie Donzell; qualcuno dà poi qualche chance allo straordinariamente ben girato A House of Dynamite di Kathryn Bigelow: una lezione di regia. Quanto a me, gradirei che il Leone andasse a Orphan di Nemes, ma non succederà. In subordine mi andrebbe benissimo vedere sul gradino alto del podio la Enyedi). Questo Non c’è altra scelta del coreano Park Chan-wook, un tempo dinamitardo del sistema cinema e del suo ordine e oggi venerato maestro, signore delle truculenza filmata al massimo dello stile, cavalca come altri film da qualche anno a questa parte l’onda del cinema anticapitalista, in particolare nella sua variante “fine del lavoro” con sottoproletarizzazione di ceti medi un tempo affluenti. Cinema non più piattamente militante e di protesta, ma in grado di giocare con i codici dei generi e di filtrare il cosiddetto messaggio attraverso una forma altamente elaborata. La matrice – e a oggi anche il risultato migliore – resta pur sempre Parasite di Bong Joon-ho, trionfo globale e riproposizione della lotta di classe in chiave di commedia rozza e grezza però magistralmente strutturata. Diciamo che No Other Choice potrebbe diventare per la mostra di Venezia quello che Parasite è stato per Cannes. Epotrebbe, anche se su scala minore, ripeterne il successo. Gli ingredienti per ottenere l’applauso planetario non mancano: la rabbia contro un “sistema” che espelle la presenza umana dalla produzione per sostituirla con automI, eroi che osano mettersi contro e fa niente se lo fanno con metodi non proprio ortodossi, indignazione per la disumanità del turbocapitalismo. Di quei film un filo ricattatori che intimano di schierarsi, prendere posizione. fatto sta che qui a Venezia ci sono stati applausi entusiasti anche da parte della malmostosa platea-stampa.
Il signor Man-su, ceto medio benestante con bella casa, moglie, figli e alti consumi (compresi corsi di violencello per la figlioletta), responsabile (un tempo si sarebbe detto dirigente) in un’azienza che produce carta, si ritrova di colpo senza lavoro quando la compagnia viene acquistata da americani ricchi e cattivi che naturalmente come prima mossa tagliano il personale. Pure lui verrà sbattuto fuori. In famiglia ci si riadatta alla mutata situazione, si elimina il superluo, Aleggia il fatnasma ella povertà. Urgente trovare un altro lavoro, ma come? Man-su viene a sapere che un’altra aziena cartaria cerca un supervisore dal know-how come il suo. Si candida. Ma non è il solo: i rivali sono parecchi e tutti ad alta professionalità, tutti in grado di batterlo nella corsa al posto. E allora (l’idea viene da un vecchio film di Costa-Gavras, Cacciatore di teste) ecco l’idea folle ma non troppo: ammazzare i competitors. Ammazzarli. E parte il piano di killeraggio seriale.
No Other Choice stenta parecchio a decollare, non si capisce quale pista voglia imboccare e arriva al suo nucleo drammaturgico un po’ troppo tardi. Però a quel punto si trasforma in un grottesco scatenato e godibile, in una black comedy fracassona alla fratelli Coen in cui Park Chan-wook recupera pure la carica oltraggiosa dei suoi primi film come Oldboy. Con dentro – ha detto giustamento qualcuno, ma non ricordo chi – echi perfino del nostro Elio Petri, soprattutto quello di La classe operaia non va in paradiso con la sua combinazione di messaggistica anticapitalista e furore espressionista. Ci si diverte nel vedere il maldestro Man-su cimentarsi in omicidi a catena, anche se la polemica sui guasti del turbicapitalismo è fin troppo marcata, quasi da cinema miliitante: non è il singolo a essere cattivo ma il è il sistema in cui è immerso a renderlo tale. Mah. Morale facile facile, ma dopotutto siamo al cinema, non in un dotto convegno professoral-accademico. Questa seconda parte di No Other Choice è quanto di più cinematograficamente sud-coreano ci possa essere, con la sua la miscela di modalità basso-triviali e truculente e il massimo della stilizzazione possibile. Un cinema trucido e raffinato. Solo loro, i maestri e maestrini di Seul ci riescono.
Memorabile la squenza di chiusura, con quella fabbriuca enorme e vuota, priva ormai di presenze umane, governata dalle macchine e dagli algoritmi. Il finale più potente visto al festival insieme a quello di Bugonia di Lanthimos.
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