No Good Men di Shahrbanoo Sadat. Con Shahrbanoo Sadat e Answar Hashimi. Berlinale Special. Voto 7
La regista afghana Shahrbanoo Sadat ha avuto il suo primo momento di gloria quando, a parecchi Cannes fa alla Quinzaine, ancora des Auteurs e non come adessso des Cinéastes per non fare del sessismo-genderismo, presentò il suo Wolf and Shep rastrellando applausi del pubblico e consensi critici, oltre a un bel po’ di premi. Si trattava di uno sguardo curioso e partecipe sull’Afghanistan più estremo, roccioso e pastorale, di un film abilmente sospeso tra favolismo e nudo realismo che rivelava un nuovo talento. Non ho visto di Shahrbanoo Sadat il successivo Orphanage (2019, sempre alla Quinzaine). Adesso eccola inaugurare un superfestival (il terzo nel ranking internazionale dopo Cannes e Venezia) come la Berlinale, e francamente nessuno se lo aspettava. Perché di solito in simili casi la scelta cade su un film autorialmente corretto e però anche in grado di innescare hype e engagement, e soprattutto di portare sul red carpet qualche star. Invece No Good Men (non ci sono uomini decenti – sottinteso: in Afghanistan, ed è il lamento continuo della protagonista e delle sue amiche) è finito sul grande schermo del Palast a inaugurare l’edizione numero 76 della Berlinale pur senza poter contare su nomi di richiamo: sconosciuta pure la sua autrice a molta della stampa presente e in grado di suscitare qualche reminiscenza solo in chi l’aveva incrociata a Cannes. Scelta che si spiega probabilmente con il fatto che, mimetizzato da opera made in Afghanistan, No Good Men è in realtà una produzione tedesca (con qualche altro contributo europeo), diretta da una regista che in Germania vive e lavora dopo aver lasciato il suo paese quando i Talebani sono tornati al comando (con l’acquiescenza per non dire peggio dell’Occidente). Ed è l’occasione per ricordare a smemorati e germanofobi come questo sia il paese che osò accogliere un milione di profughi siriani e che continua a dare asilo a intellettuali e dissidenti perseguitati in patria. Si pensi solo a Mohammad Rasoulof, il regista di Il seme del fico sacro, approdato da questa parti dopo la sua fuga dall’Iran.
Poteva essere, l’apertura con No Good Men, un flop clamoroso, una scommessa persa per la direttora-direttrice-direttore artistico/a Tricia Tuttle (australiana, di crescita professionale britannica, arrivata l’anno scorsa al vertice della Berlinale dopo la fine del mandato Chatrian), invece, almeno alla proiezione stampa, il film ha funzionato abbastanza bene, pur senza suscitare entusiasmi.
Siamo nel 2021 a Kabul, in un Afghanistan in procinto di essere abbandonato dagli americani (e da altri contingenti militari) e di tornare nelle mani dei Talebani. Si parte sorprendentemente nei modi di una commedia etno-urbana (con echi di Nora Ephron, Woody Allen, Baumbach-Gerwig e pure di Sex and the City), ma nel suo evolversi No Good Men cambia registro e tonalità fino a diventare un prodotto anomalo, difficile da classificare secondo i soliti parametri. Definito alquanto pigramente da gran parte dei recensori una rom-com: non che non lo sia, solo che Shahrbanoo Sadat usa quello schema, quel genere, per dirci parecchio altro e portarci man mano su più spinosi territori.
Naru è la sola camerawoman di una tv di Kabul, malmaritata a un fanigottone, separata da lui anche se non ufficialmente, di fatto una madre single. Naturalmente sul lavoro deve vedersela “in quanto donna” on pregiudizi di ogni tipo, visto che ci troviamo in un paese che è il bastione della più retriva patriarcalità. La regista, anche interprete del main character, nella prima parte si conquista facile il suo pubblico con i più prevedibili bozzetti antimaschilisti (non che abbia torto, intendiamoci, è che il ricorso all’ovvio va un po’ oltre la dose sopportabile). Ci si indigna quando un baffuto talebano nel corso di un’intervista non vuole essere ripreso da lei, ci si diverte all’estetica quasi bollywoodiana delle trasmissioni più trash, si partecipa al misuratissimo gioco seduttivo tra Naru e il reporter di punta della rete (finalmente un good man, un brav’uomo, peccato sia sposato con prole). Ma poi il film svolta, si inasprisce, si misura con la temperie della storia e della cronaca, acquista una densità a contrasto con la leggerezza e fluidità precedenti. E la commedia lascia di colpo il posto al dramma sociale e politico. Meglio non dire troppo, e però da Woody Allen in Kabul si finisce in un turbine drammatico che ricorda quello di un gran film bosniaco di qualche anno fa, purtroppo poco amato in Italia, Quo Vadis Aida? Nel caso No Good Men arrivasse nei nostri cinema, per il finale preparate i fazzoletti che neanche Un uomo, una donna o Casablanca.
Per qualcuno immagino che questo miscelare toni e registri così contrastanti sia un limite di No Good Men, per me ne è invece la forza. Non so se questo piccolo film avrà fortuna, dipende molto da come verrà distribuito (soprattutto in Aamerica), da come sarà accolto dalla critica, dal passaparola tra gli spettatori. Potrebbe diventare un successo inernazionale arthouse e piazzarsi bene nella Awards’ Season, come potrebbe finire ben presto nel limbo dei film dimenticati. Stiamo a vedere.
Nota: la Kabul che vediamo è stata interamente ricostruita in Germania, ad Amburgo.