Yellow Letters (Gelbe Briefe – Lettere gialle) di Ilker Çatak. Con Özgü Namal, Tansu Biḑer, Leyla Smyrna Cabas. Competition. Voto 7 e mezzo


Forse il migliore, certo il più solido, dei sei film del concorso finora visti in proiezione stampa. Di quell’Ilker Çatak, tedesco di radici familiari turche, che due anni fa alla Berlinale si impose nella sezione Panorama con La sala professori, poi diventato un successo internazionale arthouse. Se quello era un film concentrato in minimi, claustrofobici spazi a osservare come in un esperimento scientifico un’insegnante intrappolata in una situazione impossibile, in questo suo nuovo lavoro Cetak gli spazi li allarga e li moltiplica alzando il tiro e le ambizioni. Ma, in continuità con La sala professori, ancora una volta analizza come le pressioni del potere e gli schemi regolativi delle organizzazioni autoritario-burocratiche influiscano su vite e destini. Come li condizionino, li configurino. Siamo in Turchia, nella Turchia di oggi, anche se non si pronuncia mai il nome del suo uono forte. Siamo in un film che è anche politico, ma che non urla, non lancia proclami, piuttosto mostra e testimonia attraverso il racconto dei suoi due protagonisti attraverso il loro salire e scendere la scala sociale, come gli apparaati si possano trasformare da organizzativi in repressivi. Derya e Aziz sono una coppia nella vita e nel lavoro. Lui docente universitario e drammaturgo, lei attrice, interprete dei suoi resti teatrali. Sono all’apice, ogni sera il teatro è sold out. Ma la pièce – più simile a una perfomance per la verità – non viene apprezzata da chi sta lassù, nelle stanze del potere, ncarnato da un signore che fuggevolmente ma minacciosamente appare tra il pubblico e chiamato solo Il governatore, come in un castello o in un processo kafkiano. Arrivano lettere in cui si accusa Derya e Aziz di fomentare con la loro militanza intellettuale l’odio contro lo stato e di favorire fantomatici terroristi. Tutto precipita. La direzione del teatro blocca le repliche, Derya resta disoccupata e anche Aziz perde il suo lavoro di docente. Da Ankara sono costretti a trasferirsi, con la figlia quattordicenne, a Istanbul nella casa della madre di lui. Di più meglio non rivelare.
Con una macchina da peesa mobile e nervosa, anche troppo (nella prima parte soprattutto), Ilker Çatak pedina i suoi due protagonisti, li sbatte in primo piano, li scruta nel loro resistere o nel loro lasciarsi andare, nell’orgoglio e nella rassegnazione. Con un gran lavoro di scrittura e sugli attori che si vorrebbe vedere più spesso a questo livello anche nel nostro cinema, imprimendo un ritmo quasi da action, anche se si tratta di raccontare esistenze e non sconquassi armati. Personaggi che urlano, si amano e si sbranano. Una vita di coppia che si deteriora sotto i nostro occhi, e sembra di rivedere Chi ha paura di Virginia Woolf? o magari di stare in un Muccino movie, però con una densità drammaturgica e consapevolezza storica (del nostro presente storico) sconosciute alle nostre comedy grand public. Didascalie brechtiane-godardiane: “Berlino come Ankara” e “Amburgo come Istanbul”. A avvertire che il film Çatak non lo ha potuto girare per ovvie ragioni in Turchia e ha dovuto simulare i luoghi della sua storia in Germania, far recitare come turche città squisitamente teutoniche. Operazione peraltro ben riuscita. Memorabile il personaggio della nonna (credo che l’attrice, strepitosa, si chiami İpek Bilgine).
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