Everybody Digs Bill Evans di Grant Gee. Con Anders Danielsen Lie, Bill Pullman, Laurie Metcalf, Barry Ward, Valene Kane, Katie McGrath. Competition. Voto tra il 6 e il 7

Il regista Grant Gee
Non amo i biopic su star della musica di ogni tipo, pericolosamente tendenti all’agiografia più smaccata, alla beatificazione in vita e soprattutto post mortem del grande di turno.
Se n’è andato nel 1981 Bill Evans, leggenda del pianismo (si dirà così?) jazz ed ecco il film che ne rievoca la vita, le opere, il pubblico e il privato, le virtù e le debolezze-dipendenze, in primis, come altre rockstar e jazzstar, l’eroina. Una rievocazione (per opera dell’inglese Grant Gree, filmmaker e fotografo già autore di un docu su un tour dei Radiohead, una delle pochissime band che io sia davvero mai riuscito a amare e credo qui al suo primo lavoro fictionalizzato) di alcuni frammenti biografici, assemblati senza una precisa linearità narrativa, con su e giù e avanti e indietro lungo un quarantennio nella traiettoria esistenzial-musicale di Evans. Confesso: non sono mai riuscito a appassionarmi al jazz, dunque di Bill Evans so poco o niente (Andrea P perdonami). Sicché mi limiterò a parlare del lato squisitamente cinematografico dell’operazione senza addentrarmi in disquisizioni di tipo musicale.
Apprendo dal pressbook che Grant Gee (un signore dall’aria, a vedere le foto, vagamente david-bowiesca cioè molto, molto british) si è basato sul novel Intermission dell’a me sconosciutissimo Owen Martell. La trasposizione in film si focalizza all’inizio sullo smarrimento, anzi crisi depressiva paralizzante, che coglie il gran pianista – reduce da un paio di storiche incisioni – allorché il bassista del suo trio Scott LaFaro muore in un incidente stradale. Secondo lo stereotipo dell’artista talentuoso e maledetto (talentuoso in quanto maledetto?) lo vediamo rifugiarsi nella sua lurida casa newyorkese, farsi di eroina da solo o con la sua girlfriend on-off Pat, sprofondare nel silenzio, nella catatonia, nell’incapacità di suonare e creare. Lo aiuta, ospitandolo, il fratello maggiore, l’apparentemente solido Harry. Ci sarà anche un soggiorno presso gli anziani genitori trasferitisi in Florida. Ma la rigenerazione non arriva e se arriva sono solo momenti, accensioni brevi e precarie in un cammino sempre sull’orlo dell’abisso. E ci saranno lutti, cadute e risalite e ricadute. Ma l’interesse del film, e la sua peculiarità, non sta tanto nella narrazione intorno al suo protagonista, piuttosto nell’impronta iperformalistica impressa dal regista. In quello che si dice sbrigativamente stile. Come spesso capita quando i fotografi si trasformano o tentano di farlo in autori grande-schermo, anche in questo caso il cinema di Grant Gee sembra una ripetizione e sequenza infinita di singole immagini ferme, una cristallizzazione, per dirla in un un ossimoro, in movimento. Naturalmente in bianco e nero, che garantisce a priori una resa arty, meno rischiosa rispetto al colore, qui utilizzato solo in flashback o flashforwardo. Cinema di falso molvimento. Operazione ultramanieristica condotta da un Grant Gee, che si rifà vistosamente (questa almeno la mia impressione) all’estetica di certo New American Cinema degli indipendenti primi anni Sessanta, il primissimo Cassavates, anche se vogliamo Andy Warhol, ma soprattutto Shirley Clarke, la cineritrattista di tanta bohème mewyorkese di quegli anni, di tanti reietti di talento, di tanta autodistruzione assai scapigliata e in fondo romanticissima. E dunque, in Everybody Digs Bill Evans, sfolgorio di meravigliose immagini, una bellezza che nasce non dalla rimozione del laido e dello sporco, ma dalla loro rappresentazione e sublimazione. Più che la storia, è la messa in scena a costituire l’essenza e il senso di questo film. E ci si chiede, perplessi, se tanto fulgore (che mi ha ricordato il Lars von Trier allo statu nascenti di Europa o il Wim Wenders degli anni belli: a proposito, Wenders, presidente di giuria, potrebbe aver amato molto Everybody Digs Bill Evans e dargli un pemio importante) non finisca col divorare il suo stesso protagonista. Anche se bisogna riconoscere che il regista riesce in alcuni momenti a trasmetterne il disagio, a coinvolgerci nella sua straziante parabola. Ma il tono prevalente resta quello della freddezza, in una cerimonia estetizzante non al servizio dei personaggi e della narrazione ma di sé stessa. Credo che vedremo gli interpreti ben piazzati nella corsa ai premi del 2027. È un perfetto Bill Evans il norvegese Anders Danielsen Lie, attore di Joachim Trier, coprotagonista di La persona peggiore del mondo e credo presente in un ruolo minore anche in Sentimental Value. E straordinari sono, nella parte dei genitori, il ritrovato e quasi irriconoscibile Bill Pullman (Peter Bradshaw del Guardian lo vede già in nomination Oscar 2027 come non protagonista) e Laurie Metcalf.