Rose di Markus Schleinzer. Con Sandra Hüller, Caro Braun, Robert Gwisdek, Godehard Giese. Competition. Voto 6 e mezzo

A oggi (e manca poco al finale), il favorito all’Orso d’oro con, così si sussurra nei corridoi della Berlinale, qualche lunghezza di vantaggio sul singaporese We Are All Strangers e sul turco-tedesco Yellow Letters. Quanto a me, non l’ho granché amato questo fin troppo celebrato Rose. Che comunque può contare agli occhi della giuria e del pubblico arthouse su parecchi atout: il bianco e nero assai ”contrastato” da Grande Cinema d’Autore, il racconto ultrawokista e ultracorrettamente politico assai sintonizzato sulla gender theory (ovvero: il sesso non è quello assegnato biologicamente alla nascita, ma quello che tu scegli), ambientazione storica drammatica e altamente intimidente verso lo spettatore (in questo caso la Guerra dei Trent’anni). E, ultimo ma non meno importante vantaggio competitivo, i molti clin-d’oeil a classici di Dreyer, Bresson, Bergman, oltre che all’Haneke più nordico, luterano e plumbeo, quello del Nastro bianco per il quale tra l’altro il regista Markus Schleinzer ha lavorato come cast director. Ce n’è d’avanzo per fa cadere in deliquio recensori e pubblico in cerca di impegno. E se il concorso continua così, cioè stancamente, credo che alla serata dei premi di sabato Rose non troverà rivali.
Siamo nel sedicesimo secolo in un villaggio tedesco di severa impronta protestante. Un soldato torna dalla guerra – quella che verrà detta dei Trent’anni -, esibendo documenti che provano il suo diritto di proprietà su una fattoria caduta in rovina. Ma nessuno lo riconosce, nessuno sembra ricordarsi di lui. Chi è davvero? E da dove viene? Dopo attente valutazioni e discussioni i maggiorenti del paese si lasciano convincere. La terra è sua, del soldato Rose, che si dà subito un gran daffare a sistemare la cadente casa rurale e a mettere a coltura il terreno circostante. La fattoria rinasce, tutto sembra funzionare al meglio, i rapporti con il villaggio sono ottimi. Al punto che un signore piuttosto benestante gli offre la propria figlia maggiore in moglie. E sarà matrimonio, con effetti collaterali imprevedibili. Certo, essendo il soldato Rose interpretato da una riconoscibilissima benché en travesti Sandra Hüller, l’attrice di Anatomia di una caduta e La zona di interesse, allo spettatore è subito chiaro quello che all’intero villaggio sfugge, ovvero che il soldato Rose in realtà è una donna che si finge maschio. Nostante il suo indubbio talento Hüller è, per via di qualla sua carnalità esplicitamente femminile, del tutto fuori parte quale maschio alfa. Non si riesce mai a crederle. Ed è il primo elemento di fragilità di questo film. Cui si aggiunge, soprattutto nella parte iniziale, un andamento lentissimo e contemplativo anzi ascetico non sempre giustificato dalla narrazione e che pare più un ornamento stilistico, un vezzo per marcare l’autorialità del prodotto che una reale necessità drammaturgica. Rose migliora notevolmente nella sua ultima parte, quando si tinge di dramma individuale e storico. Quando, nel corso del processo (meglio non dire di più), si fanno più stringenti i riferimenti al Dreyer più intransigente di Giovanna d’Arco (con un primo piano del/della protagonista che ricorda quello della Falconetti) e al Dies Irae, e non solo come citazioni formali. Ma non basta a farne davvero un grande film. Il messaggio è forte e chiaro, anche troppo: ci fu un tempo in cui l’attraversamento dei generi sessuali, la loro messa in discussione attraverso il travestitismo o pratiche sessuali considerate eterodosse, potevano costare molto cari. Peccato che Rose, con il suo ammiccare alla woke culture e soprattutto alla gender theory nostre contemporanee rischi di appiattirsi nella mancanza di sfumature e profondità tipica del cinema militante. Nota: il film non racconta fatti realmente accaduti, ma è ispirato, come ha dichiarato il regista Markus Schleinzer, a centinaia di documenti d’epoca su episodi analoghi.
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