We Are All Strangers (Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren) di Anthony Chen. Con Yeo Yann Yann, Koh Jia Ler, Andi Lim, Regene Lim. Competition. Voto 7+
Gran successo di publico. Tra tutti i film del concorso, quello che ha ottenuto il consenso più ampio e trasversale. Secondo i pronostici dei Berlinale-watchers, uno dei possibili vincitori. Anche se i critici più autorialisti qui presenti, quelli tendenza Francia per intenderci, storcono un po’ il naso per l’eccessiva medietà di questo film (“troppo televisivo!”) che si astiene da ogni intellettualismo e non nasconde la sua intenzione di mirare dritto al cuore dello spettatore. Ma il cinema è anche questo, è la capacità di saper raggiungere target diversi, di parlare a platee globali, di intrecciare profondità dei contenuti e accessibilità, di stratificarsi a più livelli (di costruzione, di lettura, di fruizione). Siamo tutti stranieri – gran bel titolo – dura più di due ore e mezzo ma non si guarda mai l’orologio, pieno com’è di eventi, torsioni narrative, svolte esistenziali, giochi del destino. Una piccola grande storia familiare, di una famiglia sghemba che si scompone e ricompone via via a geometrie precarie e variabili eppure in grado di resistere ai colpi del caso. Con un coprotagonista che si chiama Singapore, città-stato di stratosferica ricchezza – Pil pro-capite tra i più alti al mondo – ma anche solcata da lineee di faglia orizzontali e verticali, non così compatta come all’osservatore disattento potrebbe sembrare e come vuole la sua immagine-leggenda ampiamente consolidatasi (e abilmente costruita) nel corso dei 60 anni di indioendenza. Singapore, piccola patria del regista Anthony Chen e sua città-feticcio, che sta a lui e al suo cinema come Manhattan a Woody Allen, Hong-Kong a Wong Kar-wai, Taipei a Tsai-Ming Liang. Dopo Ilo Ilo e Wet Season (belli, soprattutto il primo) l’ancora giovane Chen chiude con questo film la sua trilogia dedicata al proprio mondo e alla sua gente, esplorazione condotta con partecipazione emotiva ma anche con sguardo assai lucido e critico, in grado di cogliere contraddizioni e lacerazioni dietro all’apparante pacificazione.
Si comincia con l’occhio di Chen a scrutare quattro personaggi, le cui traiettorie man mano si intrecceranno a formare un insiemee all’inizio imprevedibile. Junyang è un ventenne senza troppa voglia di mttere ordine nella sua vita, innamorato – ricambiato – della più giovane Lydia, ragazza di famiglia assai agiata e socialmente assai superiore a lui. Tant’è che la madre della ragazza quando scopre la loro relazione cerca di opporsi, ma dovrà cedere di fronte alla gravidanza della figlia. Nel frattempo abbiamo conosciuto (oltra a una schiera di personaggi collaterali) anche Boon Kiat, il padre di Junyang, vedovo che ha cresciuto il figlio da solo, pur lavorando duramante nel suo ristorante. Dove lavora anche Bee Hwa, cameriera assai volitiva, con la forza di chi ha dovuto molto combattere per cavarsela. Il film è l’intersecarsi di quattro persone che si ritroverano a condividere, per forza o per scelta, un pezzo della loro vita. Junyang sposerà Lydia, Boon sposerà Bee Hwa. E le due feste di matrimonio – la prima sontuosa, di pacchiana grandiosità voluta dalla madre di lei, la seconda modesta e al risparmio nel clima popolare del ristorante di Boon – sono due grandi pagine di cinema. Di un cinema che sa farsi, oltre che racconto, cronaca, antroplogia, restituzione di un mondo, di una cultura. Siamo tutti stranieri è pieno di annotazioni, osservazioni, di finestre spalancate sulle infinite facce del prisma Singapore: le disparità di classe tra appartenenti all’etnia egemone, quella cinese, e minoranze autoctone o venute da altri paesi, ma anche le disparità interne alla stessa comunità cinese: Bee Hwa, cinese immigrata con il più giovane fratello dalla Malesia, rappresenta assai incisivamente questa parte meno fortunata e affluente. E ancora: il cristianesimo-cattolicesimo adottato da parte delle élite, come la famiglia di Lydia, quale segno, oltre che di fede, di occidentalizzazione e appartenza a un livello sociale superiore. L’inglese come lingua ormai dominante, a soppiantare il mandarino e sottolineare la resa a una cultura occidentale adottata nei suoi elementi più esteriori e spendibili. Si resta inchiodati alla poltrona, a seguire le vicissitudini dei protagonisti e intanto penetriamo in una cultura, quella singaporese, che si rivela altra da noi, distante, fortemente identitaria e nello stesso tempo sempre più appiattita sui modelli di produzione, consumo, rappresentazione mutuati dall’America. Mentre la Cina è sempre più vicina e pervasiva, con i suoi arricchiti che approdano a Singapore con la valigia piena di banconote a comprarsi appartamenti lussuosi e, forse, anche una libertà che in patria resta sempre sospesa, precaria.
Ma è l’architettura dell’intero film a mostrare l’abilità di Chen quale fabbricante di macchine narrative. Una costruzione circolare dove tutto cambia e insieme tutto si ripete in un ritorno inesorabile dell’identico che si autievidenzia nella sequenza finale dove si riprende minuzioisamente quella di apertura (ma con un protagonista diverso).