Meine Frau Weint (My Wife Cries – Mia moglie piange) di Angela Schanelec. Con Vladimir Vulević, Agathe Bonitzer, Birte Schöink, Pauline Rebmann, Ben Carter, Clara Gostynski, Thorbjörn Björnsson, Laure-Lucile Simon, Ninel Geiger. Competition. Voto 7 e mezzo
Torna al festival Angela Schanelec, esponente di quella Scuola di Berlino che tra i venti e trent’anni fa cercò di rimescolare linguaggi e forme del cinema tedesco. Movimento di cui hanno fatto parte anche Christian Petzold e la Maren Ade di Toni Erdmann. Tra tutti Schanelec è la più radicale, la più appartata, la più sedotta dal rigore, al punto da sfiorare con il suo cinema in sottrazione il vuoto assoluto. Cinema disseccato, che non concede e non si concede niente. Il suo (di Schanelec) Music, qui alla Berlinale 2023, mi entusiasmò per la volontà di ridefinire nel quadro della nostra contemporaneità la tragedia greca classica. Questo suo ritorno alla Berlinale non è a quelle vertiginose altezze e profondità. Mia moglie piange è un film volutamente piccolo, intorno a un pugno di personaggi piuttosto qualunque che sembrano confrontarsi tra loro ma che in realtà non comunicano e non si ascoltano, blindati come sono in una specie di autismo. Impegnati in dialoghi che sono in realtà soliloqui, monadi verbali.
Cinema di imagini, di accurata, ossessiva messa in quadro, dove uomini, donne, oggetti, ambienti si equivalgono nella composizione, nel creare armonie o disarmonie cromatiche, dissonanze o assonanze di forme. Eppure, oltre che di immagini, anche cinema di parola, di parole torrenziali, come in certo Godard ideologicissimo e predicatorio anni Sessanta-Settanta. O in un Rohmer. Cinema-teatro, con un che di straniamento brechtiano (gli attori sembrano degli automi o delle marionette), benché qui non si tratti di dimostrare politicamente niente, tutt’al più di restituire i paesaggi interiori in rovina dei personaggti.

Angela Schanelec
Di che parla Mia moglie piange? Forse (il forse è obbligatoria vista l’elusività del racconto-non racconto) di una coppia che entra in una spirale distruttiva.
Il gruista Thomas riceve sul lavoro una telefonata allarmante dalla moglie Carla: quando corre in ospedale da lei la trova piangente e incapace di dire chiaramente quello che è successo. Che scopriremo di lì a poco: Carla ha conosciuto un giovane uomo al corso di ballo che frequenta abitualmente, sono diventati amici, forse amanti. Un giorno lui le chiede di accompagnarla in campagna fuori Berlino, dove vorrebbe stabilirsi, per aiutarlo a trovare una casa. Ci sarà un incidente, il ragazzo muore, lei sopravvive.
Cosa ne sarà del matrimonio con Thomas dopo un simile racconto? Su questo asse narrativo, peraltro assai precario, si inseriscono altre voci, altre presenze: i colleghi e le colleghe del cantiere in cui Thomas lavora, le colleghe di Carla, gli amici. La chiacchiera infinita che avvolge man mano il film in realtà non spiega niente, non chiarisce la crisi tra Carla e Thomas, anzi moltiplica i dubbi e le domande senza risposta. Mentre nello spettatore resta l’incanto e insieme il senso di desolazione, se non di minaccia, veicolato dalle immagini levigate, rigorose, perfette ma glaciali che Schanelec man mano produce e in cui incastra i suoi personaggi come insetti sottovetro. Si arriva alla fine di quella che sempre di più assume la severità di una sacra rappresentazione. Anche se non capiamo dove stia la sacralità e cosa davvero si stia rappresentando. La sensazione è di un sofisticato gioco mentale, di un saggio di teatro-cinema in cui risuonano echi della tradizione drammaturgica tedesca. L’ineludibile Brecht, certo, ma forse anche il von Kleist della Marchesa von O. Sospettata, come la Carla di Mia moglie piange, di un adulterio di cui è innocente. O forse no. A rafforzare lo straniamento dell’operazione ci sono gli attori, in gran parte non tedeschi (per scelta precisa della regista) che recitano in una lingua che non è la loro. Thomas è il regista serbo Vladimir Vulević, Carla l’attrice francese Agathe Bonitzer, quasi irriconoscibile e trasformata in un una sorta di elfo androgino.