Kurtuluş (Salvation) di Emin Alper. Con Caner Cindoruk, Berkay Ateş, Feyyaz Duman, Naz Göktan, Özlem Taş. Competition. Voto 8
Più che dal vincitore Yellow Letters, dato tra i favoriti da gran parte dei critici, la vera sorpresa della cerimonia di chiusura è venuta dal premio di grado secondo, il più importante dopo l’Orso d’oro, ovvero L’Orso d’argento – Gran premio della giuri, assegnato al bellissimo Kurtuluş (Salvation) del turco Emin Alper. Non esattamente un debuttante, attivo da molti anni sulla scena internazionale e ai festival, entrato nel palmarès di Venezia 2015 con il premio speciale della giuria al suo Abluka (film che ricordo arrabiatissimo e potente, credo mai distribuito in Italia). Questo suo Salvation è stato accolto senza troppo calore qui a Berlino, perlopiù sottovalutato quando non ignorato, mentre gli si preferiva l’accademico e inerte Rose. Quanto a me: Salvation mi ha convinto subito, tanto da averlo piazzao al primo posto della mia personale classifica del concorso. Se molti non ne hanno colto il valore, a mio parere piuttosto evidente, è forse perché questo nuovo Alper non collima con i codici del film d’arte e da festival (categoria nel quale rientrano invece il suddetto Rose o Everybody Digs Bill Evans, tanto per fare un altro titolo del concorso). Prima di inoltrarsi nell’analisi di Kurtuluş, un’osservazione: a questa Berlinale ha stravinto la Turchia, quella che non si allinea all’ordine sociale voluto dall’uomo forte di Ankara. È tedesco di radici turche Ilek Cancak, il regista dell’Orso d’oro Yellow Letters, dove si mette in scena la parabola temo esemplare di una coppia di intellettuali cui nella Trurchia odierna è impedito di esprimersi. Niente toni predicatori, invece una capacità chirurgica di mettere a nudo i meccanismi della repressione e della sottomissione della macchina politico-burocratica statale. È invece un turco che in patria continua a vivere e lavorare Emin Alper. Il quale realizza un film profondamente politico che però non grida il suo impegno e non ha niente a che vedere con il cinema militante che tanto spesso ci ammorba, un film che si rifà piuttosto al racconto mitico, favolistico, alla narrazione orale e popolare. Collocato in una contemporaneità turca astratta, depurata dei suoi aspetti immediatamente cronachistici, sospesa tra il tempo del mito e quello della storia. L’intenzione da parte di Alper sembra quella indagare i meccanismi individuali e soprattutto collettivi che inducono gruppi umani a confliggere con altri gruppi umani. Di riflettere sulle radici della guerra, di capire quali ne sono gli inneschi, come si instaurino e prevalgano le dinamiche più aggressive, come si crei il fantasma del nemico e del capro espiatorio (che del nemico è percepito come la “quinta colonna interna”). L’andamento è più quello dei cantastorie che delle narrative moderne, anche se affiorano echi di Brecht e delle sue parabole tipo Il cerchio di gesso del Caucaso (e però Alper non indulge mai alla facile spendibilità ideologica e militante). Aleggia lo spirito, e il pensiero, del grande antropologo cattolico René Girard, colui che più di altri ha individuato e messo a nudo i perversi legami identitari delle comunità umane, il desiderio mimetico – di rivalità e di emulazione – tra gli individui, la funzione del capro espiatorio e del suo sacrificio rituale. Ovvio che in un festival dilaniato dalle polemiche che sappiamo su “il cinema è politico o non è”, un film come Salvation che induce più all’autocoscienza che all’urlo indignato non sia entrato nei radar di buona parte di pubblico e critica. E bene ha fatto invece la giuria a premiarlo.
Non è un film perfetto. Alper è da sempre autore eccessivo, fiammeggiante, un massimalista che non si vergogna di esserlo. Alieno da ogni bon ton estetico. Anche stavolta mescola crudo realismo e incursioni nel fantastico e nell’onirico, confrontandosi con molte, troppe questioni senza riuscire a trovare un giusto equilibrio. Ma cosa importa, Salvation è cinema allo stato puro, è creazione di immagini possenti, è l’ambizione di misurarsi con i grandi temi evitando gli schemi ideologici più rozzi e semplificatori. Altro che quei prodotti perfettini che oggi piacciono tanto al pubblico intelligente degli arthouse, vedi Hamnet o Sentimental Value.
La storia: in un villaggio del profondo anatolico, mentre sullo sfondo si agitano non precisati terrorismi e esercito e gendarmeria controllano ossessivamente il territorio, si riapre una faida tra due clan parentali che sembrava ormai sopita da decenni dopo la vittoria degli uni sugli altri e l’esilio dei perdenti. Ma un esponente del clan sconfitto ritorna, rivuole i suoi averi e un posto nel villaggio. E la rivalità si riaccende. Ci sono gli incendiari che vogliono andare all’assalto del nemico, ci sono i mediatori. Mentre la massa assiste, indecisa se schierarsi con gli uni o gli altri. Gli eventi si susseguono, la temperatura drammatica si alza. Non tutti i passaggi del racconto sono chiari, qualche dettaglio finisce col perdersi nella densità magmatica del racconto. Ma come dimenticare i fuochi che si accendono nella notte. O le profezie comunicate misteriosamente attraverso i sogni oltre che attraverso la voce di un bambino posseduto (Emin Alper in conferenza stampa ha detto di essersi ispirato per il ruolo assunto nel film dai sogni al sufismo. Ed è la seconda volta, dopo Sirat di Oliver Laxe, che nel cinema di questi ultimi mesi ci imbattiamo nella mistica sufi). Non si può dire come finirà Salvation, ma forse si può dire che la guerra non finirà mai finché non si andrà a recidere le sue radici. E se, riassunto così, il messaggio sembra troppo semplice, il film non lo è per niente. Si lascia vedere come un oggetto sorprendente, suggestivo, potente, poco assimilabile a quanto vediamo di solito, anche ai festival. Speriamo che il premio a Berlino lo aiuti a arrivare nelle sale italiane.
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