Uscito nei nostri cinema il 26 febbraio scorso, Il suono di una caduta era già stato presentato in concorso a Cannes nel maggio 2025 uscendone con il premio alla regia (ex aequo con Sirât di Oliver Laxe).
Ripropongo la recensione che ho scritto allora, subito dopo la proiezione al festival.

Il suono di una caduta (Sound of Falling) di Mascha Schilinski. Con Hanna Eckt, Laeni Geiseler, Luise Heyer, Florian Geisselmann, Claudia Geisler-Bading, Konstantin Lindhorst, Lena Urzendowsky, Susanne Wuest, Lea Drinda. Concorso.
Si grida al capolavoro, si invoca il premio maximo. Al suo secondo lungometraggio la regista tedesca Mascha Schilinski lascia il segno con un film infinito (due ore e mezzo che sembrano quattro), col suo cinema rigoroso, austero, formalmente sublime. Ma anche oscuro, inaccessibile, antinarrativo. Una prova di muscolarità alto-autoriale che lascia ammirati, ma non convince. Voto 6/7
Già si levano alti qui a Cannes gli osannna, già si invoca la Palma e siamo solo al primo film – sottolineo: il primo – del concorso. Opera poderosa e ostica made in Germany, due ore e mezzo di un cinema altero, severo e punitivo che nulla si concede e nulla concede allo spettatore, volutamente oscuro e antinarrativo, ostentatamente sublime e alto-autoriale. Teutonicamente fin troppo sicuro di sé. Imbevuto di quel senso del tragico che fa tanto anima tedesca. Leggerezza zero, mai un attimo di requie, sempre incombe la minaccia, le disgrazie specie in forma di suicidio si susseguono da una generazione all’altra, anche con una certa evidente ripetitività nei modi, quasi si trattasse di uno schema. Critica soprattutto anglofona entusiasta, il pubblico della prima nel Grand Théȃtre Lumière invece taciturno, il solito applauso di cortesia, niente di più. Pubblico che, pur essendo quello delle poiezioni di lusso in presenza di regista e attori quindi denso di invitati, imbucati, influencer, gente che vuole esserci ma cui non frega nulla del cinema, tantomeno di un cinema respingente come questo, ha strenuamente resistito fino all’ultimo dei 150 minuti (percepiti parecchi di più) di Sound of Falling. Applausi (al pubblico).
Ma che cos’è, cosa racconta, Il suono della caduta (pure questo un topos assai tedesco, vedi alla voce wagneriana e viscontiana La caduta degli dei)? Ho letto velocemente qualche recensione italica e internescional. E mi fa sorridere che vi si descriva una trama coerente, si parli di storie disseminate lungo il Novecento e oltre, di racconto-affresco diviso in quattro porzioni narrative con però unità di luogo (sempre lo stesso cortile di una casa collettiva rurale che somiglia alle nostre corti padane; avete in mente il bertolucciano Novecento?, però un po’ più piccolo-borghese e meno proletario-contadino di quelle e su scala ridotta) nella quale, da una generazione all’altra, si snodano fatti e fattacci. O meglio, i loro fantasmi, la loro resa sublimata, quasi disincarnata. In una sorta di oratorio cinematografico iperstilizzato e anoressico. Mi fanno sorridere, dicevo, certe cronache perché riportano una chiarezza di racconto che francamente si stenta a scorgere nel film, oscuro e tortuoso com’è, mai lineare, con continui passaggi e andirivieni e su e giù tra epoche diverse, in un flusso spesso indistinto da un tempo all’altro, da un nucleo familiare all’altro (e però con fili che si prolungano di padre in figlio in nipoti, ma soprattutto di madri in figlia e nipoti ragazzine perché questo è l’ennesimo caso di cinema di donne sulle donne con sguardo femminile sulle oppresse e dimenticate, però sarebbe meglio dire un film sulle fanciulle proustianamente in fiore ma presto appassite, falciate. Come nella Sofia Coppola più cupa e radicale, di cui si direbbe che la Schilinski abbia visto tutto). Se i recensori suddetti non avessero avuto, come me del resto, come tutti, a portata di mano la sinossi del film sul sito del festival, cosa mai avrebbero afferrato del groviglio passato sullo schermo? Credo assai poco. Eppure si parla di Grande Evento, nonché di Capolavoro Annunciato fin da quando è stata rivelata la presenza in concorso di Mascha Schilinski, regista tedesca pressoché sconosciuta eppure miracolosamente ammessa alla grande vetrina cannense. Martha Schilinski nel cui curriculum appaiono dei corti assai celebrati ma pur sempre corti, e un solo lungometraggio precedente a questo, Die Tochter, La figlia, del 2017. Presentato alla Berlinale di quell’anno in una delle sezioni collaterali, Prospettiva Cinema Tedesco (poi abolita dal festival): c’ero, a quella Berlinale, ma Die Tochter non solo non l’ho visto ma nanche mi sono accorto che fosse nello sterminato programma. E mi ha fatto un certo effetto vedere Mascha Schilinski l’altroieri presentarsi al Grand Théâtre Lumière con il suo nutritissimo cast dopo aver scalato la mitologica Montée de Marche.
Sound of Falling procede per quadri ora sfuggenti e nebbiosi, ora vividi e incisi. Ambientato in una zona rurale dell’Alta Sassonia, nel suo incipit (dovremmo essere negli anni Dieci del Novecento) sembra una versione più lugubre del bergmaniano Fanny e Alexander, visto che vi si festeggia in puro clima di austerità luterana assai nordico non il Natale, come in Bergman, ma la festa dei morti. Una sorta di presagio interno al film, il segno di quanto poi accadrà. Padri, madri, soprattutto ragazzine, tutti incastrati in una macchina ostile. Si ama, si tradisce, si nasce, soprattutto si muore, si va in guerra, si evita la guerra. Si capisce che a un certo punto siamo in piena DDR (la Sassonia dopo la guerra stava geopoliticamente a Est) perché vediamo una Trabant e poi qualcuno spiega che “Angelika (una delle ragazzine protagoniste) è scomparsa, pare abbia raggiunto la Germania Ovest”. Ma chi si aspetta la Storia si sbaglia. Qui la Storia arriva solo attraverso l’eco, i riverberi sui personaggi, de-realizzata e sottoposta a un processo di astrazione. Si resta ammirati per la messinscena di sfolgorante bellezza, che rivela una visione di cinema matura, personale, già inconfondibile. Anche se certi rimandi sono evidenti: all’Haneke di Il nastro bianco, alle infinite saghe di Edgar Reitz, al Dreyer di Ordet. Ma anche a quel genio del cinema tedesco degli ultimi due decenni cui non è riconosciuto lo status che si merita. Mi riferisco a Philip Gröning, il regista della Moglie del poliziotto visto anni fa e Venezia e poi di quel Mein Bruder Heißst Robert und ist ein Idiot (Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota), dato alla Berlinale 2018, che per me resta un capolavoro (ahimé non riconosciuto). Di lui si ritrova parecchio in Sound of Falling: la decostruzione narrativa radicale (si procede per ellissi, volute confusioni, abolizione di nessi, snodi e tracce consequenziali) che ricorda quella, lambiccata e insieme stupefacente per vitruosismo, di La moglie del poliziotto. E ancora: da Mein Bruder deriva l’ambientazione rural-tedesca, che non è solo questione di location, ma di immersione panica, di sensibilità profondo-romantica (e, ancora, assai tedesca) per la natura principio e fine di ogni cosa. Natura pallida madre. Quei campi senza confini, i boschi, le acque chiare e pericolose. Con, dentro al film, pure una torsione verso il bizzarro dei corpi che sembra venire dalla Jane Campion prima maniera. Che talento, Mascha Schilinski. Ma anche arroganza, presunzione, esibizione antipatica di un’autorialità che non vuole mediazioni con nessuno tantomeno con il pubblico. E una ricerca ossessiva di una perfezione formale che rischia di annichilire ogni contenuto. Capolavoro? Ma no, non ancora almeno. Per me il vero capolaoro della prima giornata di concorso non è Sound of Falling, ma Two Prosecutors di Segei Loznitsa.
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