In sala: LA SPOSA! di Maggie Gyllenhaal. Recensione perplessa di un film deragliato

La sposa! (The Bride!), un film di Maggie Gyllenhaal. Con Jessie Buckley, Christian Bale, Penelope Cruz, Annette Bening, Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard. Voto 4
Mi raccomando il punto esclamativo in fondo al titolo. Sta a segnalare in senso ultrafemminista anzi di suprematismo femminile il messaggio che la regista Maggie Gylenhaal vuole scagliarci addosso. Perché, come proclama la protagonista (una Jessie Buckley fuori controllo, che con questa esagitata interpretazione ci fa seriamente dubitare dell’Oscar che si prenderà tra un paio di giorni per Hamnet: se lo merita o no?) alla fine – è uno spoiler relativo, credetemi -, “io non sono la moglie di … (sottinteso di Fankenstein), io sono la sposa e basta”. Nanninianamente: a me mi basto, non ho bisogno di un compagno né tantomeno di definirmi come una sua appendice. Dunque Sposa senza ulteriore aggiunte, se non quel perentorio punto finale.
Ahinoi rieccoci, nonostante il profluvio di ammiccamenti sregolati e selvaggi, al solito cinema didattico e dimostrativo, predicatorio, pedagogico e moraleggiante, e malamente brechtiano senza il genio di Herr Bertolt, anche se in questo garbuglio che a tratti sembra perfino più sguaiato del Cime tempestose di Emerald Farrell (con cui pensavamo di aver visto il peggio), ci si dà un tono di ribalderia punk, qualunque cosa voglia dire. Una tonalità, un registro, una coloritura, il punk, sotto la cui etichetta si può smerciare quanto di più lurido e sgangherato e fuori di testa ci possa essere in un’operazione creativa. Una cosa però l’abbiamo capito dopo tanti film e filmacci di cattivi ragazzi e oggi anche di cattive ragazze su cosa sia un film punk: è quando protagonisti e/o comprimari tiran fuori spesso la lingua (anche pittata in nero come qui in The Bride!) a schernire l’interlocutore di turno e urlare al mondo quanto il mondo faccia schifo. La lingua è la parte del corpo più punk che ci sia, la lingua è il punk. E qui è soprattutto lei, la protagonista (che poi è una donna una e trina, con almeno tre vite e identità differenti) a mostrarcela. Ma anche a usarla abbondantemente nei ravvicinati rapporti carnali con il compagno, ovvero la creatura di Frankestein ritornata su questo mondo. L’esatto opposto, questa Sposa! ribelle e sguaiata, ma anche il negativo e lo speculare (ovvero: una come condizione di esistenza dell’altra) della figura altrettanto stereotipata della mademoiselle bon ton. Forse la ragazzaccia che occupa tutto il film anche cambiando nome e vita ma sempre sfregiando la convenzione e i modi composti vorrebbe tramutarsi –  che sia il suo sogno inconfessato? – in  signorina dabbene, e forse è questa la vera mutazione che inconsciamente chiede alla dottoressa (un’Annette Bening femmina alfa) che fa rivivere i morti e i freaks melanconici e depressi. Ma andiamo per ordine, ammesso che si possa rintracciare un’organizzzione, un filo di coerenza in questo film che è il caos fatto schermo. Dove succede di tutto nella massima incongruenza e pretestuosità, dove si parte dalla povera Mary Shelley che si lamenta di quanto il suo romanzo Frankenstein sia stato malcompreso e male accolto e che, afflitta da un tumore al cervello, urla ai posteri la sua rabbia invocando qualcuno che la riscatti. Difatti, ecco una tal signorina Ida che (dovremmo essere tra anni Venti e Trenta del secolo scorso nell’America proibizionista o postproibizionista) pare proprio una sua reincarnazione, ma non è così certo né troppo chiaro. Donna di piacere-schiava di un disgustoso boss della mafia di Chicago, tale Lupino (lei si chiama Ida, lui Lupino, accostate, sommate e avrete la prova, una delle tante disseminate del film, della furia cinefilia e citazionista della regista Maggie Gylenhaal), uno che alle sue donne-merce in caso di ribellione taglia la lingua (conservandole a monito perenne in contenitori di vetro da gabinetto degli orrori). Semplificando parecchio l’andamento complicato e irto di ellissi e nodi e snodi irrisolti del racconto e di sottoitrame divaganti: Ida si ribella e viene fatta fuori. Ma tornerà in vita, grazie agli elettromagheggi della mad-doctoressa Annette Bening che ha accolto nel suo laboraorio un vagabondo che s’è poi scoperto essere la creatura di Frankenstein in cerca, chissà perché nell’America degli anni Trenta del Novecento, di una compagna che renda meno triste y solitaria la sua esistenza di freak escluso dal mondo. Sicché ecco formata la coppia regina: (la creatura di) Frankenstein e la sua compagna, ovvero la Ida rimessa a nuova vita grazie alla dottoressa. Ora, e sta qui il deragliamento del film che già fino a quel momento non aveva brillata per consequenzialità ma che adesso sbrocca senza rimedio, i due si trasformano in una coppia criminale alla Bonnie & Clyde o Sterminateli senza pietà seminando morti ammazzati per tutta l’America (ma Mary Gyllenhall avrebbe potuto con altrettanta pretestuosità, demenzialità, arbitrarietà scagliare i due nel West o in una storia sci-fi: per la serie vale tutto). A rincorrerli c’è da una parte la polizia corrotta al servizio del suddetto boss, dall’altra un lui e una lei poliziotti onesti, lui detective e lei la sua assistente di testa fina. Ed è ovviamente la signora (siamo in un film che è la celebrazione del primato della donna non solo su quei deficienti e a volte abominevoli maschi ma su tutto il creato) a intuire come beccare la coppia criminale in fuga: cercando le sale in cui si danno i film danzanti di un clone di Fred Astaire adorato dalla ritornata creatura di Frankenstein. Ci si avvia così verso un finalone stile slapstick dove poliziotti inseguono poliziotti che inseguono altri poliziotti e non si capisce più niente. Ci si chiede che film si sia visto. Non un remake del cultistico La moglie di Frankenstein di James Whale che pure ha fornito l’idea (sciagurata) alla Gyllenhaal. Non un elevated horror come si usa di questi tempi. Se mai un pastiche dove Maggie Gyllenhaal (dopo il già mediocre La figlia perduta da Elena Ferrante, ma questo è molto peggio perché più alte sono le ambizioni e quindi più fragorosa la caduta) scambia il delirio fuori controllo per libertà creativa e autoespressione-autorealizzazione. Scaricando sulle spalle della povera Mary Shelley-Ida-signora Frankenstein le proprie velleità di autrice di alta gamma ansiosa di passare nello stesso tempo sia da disallineata-controcorrente-controtutto sia da beniamina dei salotti buoni della critica e di quel che resta dell’intellighentsja. Fallendo su entrambi i fronti. Resta almeno la girandola citazionista in cui gli omaggi dichiaratissimi (a Fred Astaire, all’Arthur Penn di Bonnie & Clyde e al Terrence Malick di I giorni del cielo, perfino a quel film parodia che era Invito a cena con delitto su cui è sagomata la coppia Penelope Cruz-Peter Skarsgaard) scivolano spesso nel plagio smaccato (i due freaks protagonisti che ballano sull’onda dei musical anni Trenta è un copincolla sfacciato di Joker: Folie à deux, film che al confronto di questo giganteggia quale opera assoluta di un regista vero come Todd Phillips, cosa che non si può dire della Gyllenhaal). Nel marasma qualche sequenza si salva, come quelle nei club infami o fintoeleganti di Chicago che sembrano venire dalla più losca e equivoca Berlino dell’era Weimar. O come quella, volutamente anacronostica, di un pubblico in occhialini di un film in 3D. Ma sono emersioni casuali in un prodotto sgangherato che non chiarisce mai i suoi obiettivi e non imbocca mai una traccia narrativa decisa optando per un’estetica dell’accumulo indiscriminato.
Postilla: forse con una Emma Stone o una Margot Robbie, attrici scaltre e aduse al registro del grottesco e dell’eccesso, e forse con un regista come il Lanthimos di Povere creature! (anche qui l’esclamativo) questo film si sarebbe salvato. Forse.

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